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Alex Zanardi, per sempre

Almeno quattro o cinque giorni, nel corso della vita, essere Alex Zanardi, per dare senso a tutta un’esistenza. E non perché si debba per forza vincere una medaglia d’oro, o più d’una, come ha saputo fare lui, che ha colto un alloro nei Mondiali e in altre competizioni di paraciclismo. Non è questo, il discorso, perché in quel senso ciò che ha fatto Alex Zanardi solo Alex Zanardi avrebbe potuto farlo. Nessun altro.

Dovremmo cercare di essere lui, almeno qualche volta, per assaporare la sensazione di fare ciò che la vita ci offre di poter fare con entusiasmo e, sullo slancio di quell’entusiasmo, accorgerci progressivamente che i traguardi che ci eravamo posti possono diventare, dopo che li abbiamo raggiunti, ponti verso altri traguardi, prima nemmeno lontanamente immaginati.

La difficoltà di non scadere nella retorica, quando si parla di lui e della seconda vita che gli è toccata in sorte dopo il terrificante incidente occorsogli a Indianapolis, la si può aggirare solamente riferendo il discorso a noi stessi, alle volte in cui ci è toccato rinascere, a forza, da qualcosa di indesiderato, di imprevisto, di doloroso.

Perché abbiamo continuato ad ammirarlo così tanto, fra l’altro con la rarissima unanimità che nel nostro Paese è quasi innaturale? Perché tutto ciò che ha compiuto di eccezionale, di straordinario, ce lo ha raccontato con parole semplici (e con accento bolognese), di quelle che possiamo riferire a ognuno di noi, alle nostre vicende, a ciò di cui non ci crediamo capaci, di cui abbiamo paura, che non penseremmo mai di poter raggiungere. Ecco perché, ogni volta che lo abbiamo visto gareggiare, non abbiamo visto l’uomo che per l’uso delle gambe, ma quello che ha cominciato a strattonare il destino con la forza delle braccia. Nemmeno la morte può far sbiadire queste immagini.

Insegnami la strada e poi fammela percorrere: lo puoi chiedere al dio che ti ritrovi a pregare, a volte facendo un’eccezione al tuo scetticismo, o a un uomo in carne e ossa che reputi migliore di te.

Ognuno di noi trova naturale pensare che lungo la propria strada Alex Zanardi sia diventato il migliore di tutti: a maggior ragione, quando non ha più avuto pedali da schiacciare. Se ci pensiamo, tu che leggi e io che scrivo, ci rendiamo conto che questa è l’unica cosa sulla quale siamo certamente tutti d’accordo.

Le cose più straordinarie ha iniziato a farle quando ha smesso di andare a più di trecento all’ora in Formula Uno e a quasi trecentocinquanta in Formula Indy e se fosse soltanto un banale paradosso non saremmo qui col fiato sospeso, non così perlomeno. Il fatto è che lui ci ha insegnato che c’è un pozzo più profondo di quello dove si annidano le insidie: è quello delle sue risorse, che può trasformare in motivazioni, che a loro volta diventano possibilità. Che lui poi le abbia trasformate in record e medaglie è il dettaglio più trascurabile di tutta la sua storia. Tutto quello che ha compiuto, si potrebbe obiettare, in pochi sarebbero capaci di farlo; anche semplicemente di pensarlo o sperarlo. Proprio per questo, lo ha fatto in nome di tutti noi, donne e uomini come lui; esposti al destino pur senza pilotare una monoposto da corsa; noi che al posto suo ci saremmo disperati e avremmo toccato il fondo dell’abbattimento. Ha incarnato, dato sostanza e sorrisi alle possibilità che la vita riserva pure per quelli fra noi che pensano: “Io non potrei mai farcela”, se non altro perché ha insinuato un dubbio, come uno scherzo ben riuscito alla disperazione.

Tutto questo niente può portarcelo via: a noi, quando pensiamo a lui; a lui, che lo ha fatto, senza saperlo, in nome e per conto di tutti noi.

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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