L’Italia è diventata un paese che chiunque può calpestare impunemente. È questa la tesi di Alberto Negri, inviato di guerra e scrittore, intervenuto ai microfoni di Un Giorno Speciale con un’analisi lucida e spietata della politica estera italiana. Dal caso Regeni alla Libia, dagli Emirati Arabi al Piano Mattei, il quadro che emerge è quello di una nazione che ha perso ogni capacità di farsi rispettare nel Mediterraneo.
Il punto di partenza è la vicenda di Giulio Regeni: «Il leader egiziano aveva persino fatto ammazzare 5 persone pur di buttarci lì quelli che erano i presunti omicidi». La procura di Roma ha fatto «un lavoro straordinario», raccogliendo testimonianze che sembravano impossibili e identificando tre uomini tra poliziotti e agenti dei servizi. Eppure l’Italia non è riuscita nemmeno a consegnare a questi tre il mandato di comparizione. La risposta di Negri è provocatoria ma concreta: intitolare il tratto di via Salaria dove si trova l’ambasciata egiziana a Giulio Regeni. «Così ogni volta che gli arriva la posta si vedono: ambasciata d’Egitto, via Giulio Regeni. Perché loro non si devono dimenticare di questo.» Un precedente esiste: gli iraniani impiegarono quarant’anni per rimuovere la targa intitolata all’assassino di Sadat, e lo fecero solo dopo che il Cairo riaprì le relazioni diplomatiche con Teheran.
Sul dossier libico il giudizio è tranchant: «I francesi e gli inglesi hanno sabotato sistematicamente tutti i tentativi dell’Italia di riunificare Tripoli e Bengasi». Il risultato è una Libia divisa in cui operano turchi, russi ed Emirati Arabi Uniti — gli stessi con cui l’Italia è andata «col cappello in mano» sostenendo di condividere «valori comuni». Negri smonta la formula diplomatica con durezza: «Con questi scazzacani non dividiamo nessun valore». Gli Emirati, ricorda, stanno fornendo armi alle RSF del Sudan, alimentando una guerra civile con migliaia di morti, e hanno venduto droni al presidente etiope Abiy Ahmed, contribuendo a produrre centinaia di migliaia di profughi.
Duro anche il giudizio sul Piano Mattei: fondi sottratti alla Cooperazione Italiana, accorpata al Ministero degli Esteri, e trasferiti alla presidenza del Consiglio «perché lo vogliono gestire loro». Sul tema della rimigrazione, Negri smonta punto per punto la narrativa della destra: «Provate a mandare una lista di nomi all’ambasciata tunisina o marocchina. La risposta sarà: questi non li conosciamo neppure, sono tutti nomi finti.» L’unica strada praticabile, dice, è pagare — «10.000 euro a testa» — e anche in quel caso servono accordi che tengano conto della dimensione umana del fenomeno: «Questa gente scappa con la grande paura di lasciare lì la propria famiglia». Capire questo, conclude, non è «avere la lacrimuccia», ma «capire quali sono i veri rapporti personali, umani, antropologici».
L’Italia, paese che «manca dell’80% di materie prime» e che dovrebbe essere «il paese leader del Mediterraneo», continua invece ad affidarsi a ministri che «non sanno» e non vogliono ascoltare chi sa. «O ci decidiamo a prendere misure serie», avverte Negri, «o è la fine.»
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