I navigli, gli assembramenti, i Dpcm. Sembra passata una vita, ma accadeva solo 5 anni fa: da allora ne sono cambiate di cose, così come è cambiata la fiducia riposta nei grandi network.
Il 1° marzo, nuove misure estesero le zone rosse a Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e altre province, con la chiusura delle scuole e il divieto di eventi pubblici. Tra il 7 e l’8 marzo, un nuovo Dpcm ha preannunciato il lockdown, chiudendo tutto in Lombardia e in 14 province del Centro-Nord, causando un esodo improvvisato dal Nord al Sud. Il 9 marzo, il lockdown è stato esteso a tutta l’Italia, con restrizioni severe e l’introduzione dell’autocertificazione.
Cinque anni dopo le certezze su cosa accadde davvero sono cambiate. Di nicchia quelle che allora erano riconosciute dal governo e dai media principali, dominanti quelle “controverse”: dal virus ingegnerizzato all’efficacia del lockdown, passando per l’eterno malinteso dell’immunizzazione.
Tanto però passò anche dal filone economico: il Recovery Fund, quanto spesero gli altri Stati per i ristori, quanto era riuscito a ottenere Giuseppe Conte a Bruxelles – col celebre scatto del pugno alzato in segno di vittoria.
Una situazione mediatica, se ci pensate, non troppo diversa da quella attuale, in cui cifre che vanno dagli 800 miliardi in giù vengono fatte passare per un sacrificio necessario, quasi ineluttabile.
Ma da marzo 2020 imparare a distinguere verità e bluff e un esercizio in cui siamo costretti a fare pratica.
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