Google ha recentemente comunicato all’Unione Europea la decisione di non integrare il lavoro delle organizzazioni di fact-checking nei risultati di ricerca e su YouTube. La scelta arriva in vista dell’espansione delle leggi europee sulla disinformazione previste dal Digital Services Act (DSA). Sebbene Google avesse inizialmente sottoscritto il Codice di Condotta dell’UE, l’azienda ha dichiarato che tali misure “non sono appropriate né efficaci” per i propri servizi.
Il Codice di Condotta impegna i firmatari a collaborare con i fact-checker e a contrastare la disinformazione, ma questi obblighi non sono ancora legalmente vincolanti. L’UE intende formalizzarli nel DSA, con un’implementazione prevista entro il 2025. Il dietrofront di Google solleva dubbi rilevanti sul ruolo delle grandi piattaforme online nella lotta contro la disinformazione pre e post il Trump bis.
Martina Pastorelli ha commentato ai microfoni di ‘Un Giorno Speciale’ la sorprendente scelta del colosso americano capitanato da Sundar Pichai: “A questo punto è evidente che tutto quello che era stato fatto era funzionale a coprire altro. Questo allineamento che adesso le élite della Silicon Valley hanno mostrato non si spiega soltanto come una mossa di mero opportunismo politico, ma c’è qualcos’altro sotto. Le Big Tech sono e saranno parte integrante del complesso militare industriale, su di loro poggerà il futuro tecnomilitare degli Stati Uniti. In Europa il dietrofront sul fact checking avrà risvolti preoccupanti. Gli organi preposti hanno deciso di inasprire ulteriormente le norme su quella che loro chiamano disinformazione, ma che in realtà è censura a tutti gli effetti“.
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