Per Manzoni “non sempre ciò che vien dopo è progresso“. Difficile da capire a molti, facile a chi è consapevole della Storia e di quanto, pur nelle nostre comodità, quello che viviamo è più simile a un “Medioevo tecnologico” che non al ventunesimo secolo.
Ce l’avevano spiegato due come Troisi e Benigni in un film che di lezioni ne contiene tante: “Sai spiegare cos’è un treno, ma non è che lo sai fare”, dicono goffamente in “Non ci resta che piangere”. Eppure la differenza tra progressismo e progresso reale rimane un concetto fumoso e confuso persino anni dopo quella pellicola geniale. Gli anni in cui il Medioevo – e più generalmente il passato – è costantemente preso a termine di paragone negativo, con concetti pronunciati altezzosamente e dalla profondità impressionante quali “siamo nel 2024”, iniziano a somigliare terribilmente a quelle epoche in cui si credeva di aver scoperto tutto.
“Dev’essere bello vivere nell’età della pietra”, è il messaggio da cui scaturisce questa riflessione. Se proprio si deve allora, prendiamo in prestito dall’epoca corrente il concetto dei bit, e vediamo cosa ne esce fuori se lo applichiamo ai cervelli, più o meno lavoranti.
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