Covid permettendo, il 20 e 21 settembre si andrà a votare per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Ciò che verrà chiesto ai cittadini è se vogliono ridurre di un terzo i seggi alla Camera (da 630 a 400) e al Senato (da 315 a 200).
Sulla questione l’opinone pubblica è divisa: se da un lato la manovra appare una risoluzione agli eccessivi costi della politica e a un miglior funzionamento del Parlamento, dall’altro molti ritengono che il taglio porterebbe solo a ridurre i numeri ma non a una semplificazione o a un miglioramento della macchina parlamentare.
A sostenere gli svantaggi sono diversi esperti e giuristi, tra cui il direttore di Gazzetta Amministrativa Enrico Michetti. In questa intervista il Professore ha spiegato perché a suo giudizio bisogna votare NO al referendum di settembre. Ecco cosa ha detto.
“I parlamentari dovrebbero essere tanti per rappresentare i loro elettori e territori, instaurando un rapporto fiduciario. Oggi non si vota più per fiducia ma per fede anche perché buona parte dei seggi per un proporzionale bulgaro porta avanti dei nominati dai partiti e non dalle persone. E questa non è democrazia ma oligarchia, in cui i nominati vengono eletti dai loro finanziatori. Qui si confonde il parlamento dove risiede la democrazia e coloro che ne fanno parte oggi. Se questi li manderesti tutti a casa non significa che devi destituire l’istituzione. Non chiude l’ospedale se ci sono medici incompetenti.
In Francia pensano di aumentare il numero di parlamentari per creare una camera abrogativa per snellire le leggi. E loro ne hanno 9 mila, noi 160 mila. A noi servirebbe un numero importante di parlamentari preparati, ridurre le norme, che ci siano meno conflitti e ricorsi ai giudici. C’è bisogno di qualità, non regge il discorso di ridurre i costi: la situazione del parlamento è peggiore di quella dei posti della rianimazione. Erano tanto importanti in questi mesi per il Covid e non potevamo ridurli per ridurre i costi, stessa cosa vale per il Parlamento”.
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