L’ospedale Spallanzani di Roma è divenuto un simbolo della lotta contro il Covid -19. E’ stato un punto di riferimento regionale e nazionale durante la fase critica dell’emergenza sanitaria e ha svolto un ruolo importante per la sperimentazione.
Gli operatori sanitari si sono distinti per il lavoro svolto ma tutto ciò ha portato anche vittime tra medici, paramedici e infermieri che hanno contratto il virus attraverso l’approccio con i pazienti.
Il Dottor Mauro Zaccarelli, infettivologo dell’ospedale Spallanzani di Roma, ha analizzato i dati sulle vittime totali. Sono emerse differenze tra una regione e l’altra che però non sono state riportate con chiarezza, soprattutto prendendo in considerazione Roma e Milano.
A “Un giorno speciale” Francesco Vergovich ha intervistato il professor Zaccarelli. Ecco le considerazioni emerse al riguardo.
“E’ stata una sorpresa questa larga diffusione nel Nord Italia dell’infezione. Molti operatori sanitari hanno contratto l’infezione e sono morti. All’interno del nostro ospedale non ci sono stati tanti infettati, abbiamo fatto tutti i controlli e la percentuale positiva è molto bassa, più bassa di quella che si stima nella popolazione generale. Quelli che l’hanno presa, a mio parere, l’hanno presa fuori.
I dati dell’Istat mostrano che probabilmente a Roma ci sono state più vittime di influenza lo scorso anno che questo, nei mesi di marzo e aprile a Roma ci sono stati meno decessi totali, non per malattie specifiche rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Addirittura del 10% in meno.
Probabilmente vuol dire che gli altri anni c’è stata un’infezione più violenta e ha provocato più morti mentre il Covid ha fatto meno morti dell’influenza degli anni precedenti a differenza di altre regioni dove c’è stata un’esplosione. In Lombardia la mortalità di marzo e aprile è tre volte più elevata rispetto a quella della media degli anni precedenti. Il triplo dei morti totali, solo per il Covid che ha triplicato la mortalità. Nella provincia di Bergamo si arriva a sei volte di più di morte rispetto agli anni precedenti.
Il virus non è mutato molto però ci sono stati dei cambiamenti, si sono infettate molte persone ed è diventato meno violento. Ora sappiamo come approcciarci al virus e combatterlo, potrebbe anche sparire“.
“Noi abbiamo usato più farmaci, più approcci all’inizio poi ho letto sui giornali che uscivano novità sulla terapia ma in realtà tutte cose che noi già usavamo fin dall’inizio. Adesso c’è questa novità del cortisone che viene utilizzato e che sembra risolva e riduca la mortalità dei pazienti, in realtà noi abbiamo sempre usato anche questo. Ma il problema era proprio bloccare l’infiammazione che veniva fuori dopo l’inizio dell’infezione del virus.
Noi utilizziamo tre tipi di terapie:
In realtà non c’è un farmaco che cura l’infezione, c’è un approccio complesso in cui poi oltre ai farmaci ai pazienti va dato l’ossigeno“.
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