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“Non mi preoccupano assembramenti all’aperto: meno rischi e più protezione dal virus fuori casa” ► Prof. Di Perri

Fuori non si muore, ma certamente occorre esercitare cautela.
Un semplice concetto per fotografare il pensiero del Prof. Giovanni Di Perri, Virologo e Responsabile Malattie Infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia.
Su come stia in questo momento il virus il dottore fa una diagnosi piuttosto incoraggiante, che stona con i tanti moniti di questi giorni su un nuovo lockdown dovuto a un presunto aumento di contagi. Non cambia la natura del Sars Cov 2, ma chiudersi in casa non garantisce sicurezza.

Casi isolati a parte, come quelli della movida come assembramenti di centinaia di persone o dei cosiddetti superdiffusori, ovvero individui che si fanno untori di centinaia di persone, stare all’aria aperta è secondo Di Perri molto più sicuro che rimanere tra quattro pareti per non contrarre il virus.
Ecco l’intervista di Stefano Molinari e Luigia Luciani al Prof. Giovanni Di Perri.

Non mi preoccupa molto vedere assembramenti all’aperto in questo momento, ragazzi che in queste belle giornate giocano a pallacanestro davanti casa mia ad esempio. All’esterno diminuisce un po’ tutto, il rischio è molto più basso. Mi preoccupa invece quello che non vediamo: cene, feste ecc…

Vi do un dato, ci stiamo occupando della sierologia in Piemonte tra operatori sanitari, impiegati d’aziende, arma dello Stato. Siamo fra il 6% e l’8%, il che vuol dire che un 92% di persone sono state protette in qualche modo. L’errore sarebbe buttare via tutto questo ora.

C’è sempre bisogno di un capro espiatorio

I ragazzi della movida come capro espiatorio? Da questo punto di vista sì. Io credo che le persone più a rischio abbiano assunto atteggiamenti più protettivi e stiano di più in casa.
All’aperto anche un colloquio senza mascherina comporta qualche rischio, perché diciamo che se io sono infetto, nel mio respiro c’è il virus, ti parlo davanti e tu lo respiri.
Questo però è molto più facile che succeda in una stanza, in un luogo chiuso; all’aperto c’è il venticello, la diluizione e tutta una serie di fattori che ci protegge molto di più.
I contagi sono molti più al chiuso, questo va detto, anche se ovviamente possono esserci anche in assembramenti molto stretti all’aperto.

Uno scenario simile potrebbe essere quello della Corea del Sud: anche loro hanno riaperto e hanno una ricerca attiva dei casi molto puntuale. La settimana scorsa c’è stato l’episodio di quel tizio – beato lui – che è andato in tre discoteche e ha infettato 200 persone, era un superdiffusore, ma casi così anche se di rado ci sono.

Sul successo di Taiwan

Sono sospettosi, hanno avuto notizie affidabili in prima battuta, per cui si sono esibiti conto prima di altri di cosa sarebbe successo e hanno assunto immediatamente l’atteggiamento assunto da noi un mese e mezzo dopo. Sono riusciti quindi a circoscrivere il virus, avvantaggiato anche dal fatto che si tratta di un’isola.
Certamente sono stati avvantaggiati dal fatto che non fanno parte dell’OMS.
L’OMS su HIV, malaria, tubercolosi ha iniziative straordinarie, che sono anche di riferimento scientifico. Su questa storia non ne avevano nessuna.

OMS, ritardo clamoroso nelle misure anti-Covid

L’OMS ha praticamente detto ad aprile quello che la mia portinaia ha detto i primi di febbraio, nel senso che è un’infezione che si trasmette per via aerea, che bisogna stare attenti e che prima o poi sarebbe diventata una pandemia. Questo è stato penalizzante, ma non soltanto ai fini della mia battuta, ma ai fini del fatto che i primi di marzo l’OMS, riverberato dall’ISS, ci aveva detto che per entrare nelle stanze dei malati sarebbe bastata la mascherina chirurgica.
Io personalmente grazie al cielo ho un ruolo di responsabilità e ho immediatamente fatto un ordine di servizio interno per cui nessuno dei miei operatori e medici sarebbe entrato senza mascherina filtrante in una stanza con paziente Covid.

Teorie negazioniste?

E’ chiaro che è bello dire che alla fine non era niente, che è primavera e possiamo uscire tutti quanti, ma negli ospedali c’è ancora tanta gente che è lì che se la sta giocando insomma.
Grazie al cielo i numeri ci hanno dato tregua, ma la natura della malattia resta la stessa
“.


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