Un quarto d’ora di digestione tecnica e di degustazione, per così dire, del prato dell’Olimpico. Intorno, sin dall’inizio, tutto gli gira alla perfezione, dandogli il tempo di individuare spazi e zolle congeniali per ciò che gli riesce meglio: l’ultimo, decisivo passaggio, la cui linea invisibile lui storicamente coglie laddove l’occhio umano non ravvisa che parastinchi avversari.
Poi, il primo pallone avversario va a trovarlo in posizione di grazia e il suo sinistro consegna al tabellino un compito che la sua esecuzione fa apparire facilissimo, perché i grandi giocatori hanno questa proprietà: fanno sembrare naturale ciò di cui abbattono il coefficiente di difficoltà con la propria classe.
Da quel momento in poi, entra davvero in partita, prendendosi il suo spicchio di Roma, trattando la sfera come volano per più di un’occasione tramandata verso Dzeko e compagni. Si allontana poi dalla porta avversaria, quando Fonseca glielo chiede, per mettere i suoi fondamentali al servizio della gestione di palla nella metà campo romanista, con cambi di gioco che si fanno coccolare dagli applausi.
Come si dice “Bòna la prima” in armeno?
Paolo Marcacci
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