Non ci piace citare noi stessi (o sì?) ma qualche giorno fa avevamo dedicato qualche riga a quella che ci era già parsa essere, con pochi elementi a disposizione, la “filosofia” (i diesse precedenti avrebbero storto il naso per le virgolette) ispiratrice di quello che sarà il lavoro di Gianluca Petrachi come direttore sportivo della Roma.
Dopo aver ascoltato la conferenza che sancisce il suo insediamento, possiamo dire quantomeno di aver azzeccato il profilo.
Perché è piaciuto così tanto, in maniera trasversale tra le varie correnti del pensiero romanista? Perché innanzitutto non si è presentato davanti ai media con l’intenzione di piacere a tutti, non ha patito attacchi di “fenomenite”, non ha voluto per forza captare la benevolenza di chi era così curioso su quello che avrebbe detto.
Infine, la motivazione fondamentale del credito che Petrachi ha riscosso durante la sua prima uscita ufficiale: negli ultimi anni una serie di personaggi, con vari ruoli e a vario titolo, ha spesso dato l’impressione di voler insegnare ai romanisti come essere tali; come se dal 1927 non avessero saputo farlo in maniera degna. Ecco, Petrachi si è presentato senza la pretesa di insegnare la Roma a chicchessia; invece ha dimostrato di averla subito capita, in più di un passaggio. Anzi, meglio: di averla già imparata.
Paolo Marcacci
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