E’ un dettaglio, anche perché ogni cosa sembra esserlo, di questi tempi, quando si parla di questioni romaniste; però un dettaglio di quelli per cui un pool di manager, a ogni (altra) latitudine, in ogni (altra) azienda verrebbe quantomeno messo sotto accusa. Assieme a Totti, dalla Roma vanno via anche le sue magliette. Niente più nome e numero dieci negli store ufficiali: chi li vuole può acquistare una maglietta “anonima” per poi farseli stampare per proprio conto. Oppure… oppure? Lo capiremo a breve, ma questo è un altro discorso.
Di certo, a parte lo sbriciolarsi (anche) delle colonne del tempio del merchandising, c’è o c’era, a questo punto, tutto un apparato simbolico che vede recise le proprie radici; c’è la Roma, intesa come patrimonio emotivo, sentimentale, memoriale che diventa un’altra cosa. O, se preferite, operando una retrospettiva storica a cominciare dal 2011, che finisce di diventare un’altra cosa e forse questa formula è ancora più corretta.
Senza Totti, senza la sua maglia che a livello simbolico ne è l’emanazione anche sul piano commerciale; senza De Rossi e chissà senza quali altri portatori sani, anche se meno rappresentativi, di appartenenza, cosa resta alla Roma per coprirsi, ora che è rimasta nuda?
Ci vorrebbe uno scudetto, subito, dietro il quale ripararsi da ogni tipo di spiffero. Già, come abbiamo fatto a non pensarci?
Paolo Marcacci
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