“Il cinema è uno specchio dipinto” diceva Ettore Scola. Entrare in sala e aspettare che si abbassino le luci in attesa dei primi fotogrammi ancora mi emoziona. Viva il cinema! In bianco e nero, a colori, in pellicola, in digitale, 4K, Dolby o come volete, ma andate al cinema.
Mel Gibson e Sean Pean sono due attori preparati. “Il professore e il pazzo” (titolo originale The Professor and the Madman) è un film da vedere, non solo per la bravura degli interpreti dal palmares invidiabile e perfettamente a loro agio nella moda inglese di fine ottocento, ma per ricordare, in un’epoca come la nostra cosi tecnologica e ricca di suggerimenti indotti, il percorso che l’uomo ha dovuto affrontare per il sapere, sacrificando sè stesso e il proprio benessere per quello degli altri.
Tratto dal libro di Simon Winchester del 1998, Mel Gibson ne acquista i diritti e dopo vent’anni riesce a portarlo sul grande schermo. La regia, moderna e accattivante, è affidata a P.B. Shemran, ovvero Farhad Safinia, sceneggiatore e produttore di origine iraniana collaboratore dello stesso Gibson.
“Il professore e il pazzo”, ambientato nel 1879 racconta della nascita dell’Oxford English Dictionary, celebre dizionario enciclopedico della lingua inglese. Un’opera totale, biblica a cui il filologo e lessicografo scozzese Sir James Murray (Mel Gibson), coltissimo autodidatta, dedica tutta la vita. L’opera, cui Murray lavora fino al 1915 e conclusa dai suoi discepoli nel 1928, con la stesura di ben 12 libri invece dei 4 stabiliti all’inizio, doveva contenere tutte le parole della lingua inglese, con le loro origini, uso, pronuncia e etimologia, incluse le loro citazioni in letteratura.
Nel mezzo di questo viaggio nel sapere che ruota attorno al circolo degli intellettuali accademici dell’Oxford University Press, piuttosto snob e contrari ad affidare a uno scozzese e per giunta privo di laurea il comando di una traversata nella lingua inglese, viviamo la vicenda del rapporto di amicizia tra lo stesso Murray e il dottor William Chester Minor (Sean Penn), ufficiale e chirurgo dell’esercito americano, che risiede all’interno del manicomio criminale di Broadmoor per aver ucciso, in territorio inglese e in preda a turbe psichiche e allucinazioni, un operaio padre di sei figli.
Un’amicizia nata dall’idea del professor Murray di ricevere informazioni riguardo l’etimologia delle parole inglesi, contattando i comuni lettori attraverso migliaia di volantini inseriti all’interno dei libri in vendita. Un espediente moderno, intelligente. Il dottor William Chester Minor, a cui avevano permesso la lettura in cella, per sfuggire ai suoi tormenti dedica il suo tempo a questa attività, che si sostanzia in lunghe corrispondenze. I suoi 10.000 contributi inviati per posta al professore scozzese, colti, raffinati e alla fine necessari per completare l’opera, creano i presupposti per accrescere la voglia di Murray di recarsi a Broadmoor per abbracciare e conoscere il dottor Minor, genio straziato nel fisico ma dotato di una memoria universale, intrappolato nei suoi tormenti di guerra e di vita vissuta, ma profondamente pentito dell’omicidio che aveva causato così tanto dolore a una moglie e madre di sei figli.
Amicizia, letteratura, psichiatria, guerra e amore. Un filo sottile lega tutte questi argomenti in una storia piuttosto complessa, ricca di sfumature e colpi di scena. I personaggi si muovono inconsapevoli di essere parte di una vicenda più grande di loro. Personalità ricche di umanità e ben disposte verso il prossimo, dove la cultura e l’amore per il sapere sono il denominatore comune, senza tralasciare il tema della redenzione e del perdono che ti tengono per mano per tutto il film rendendolo interessante e fuori dagli schemi.
Sean Penn, Mel Gibson e tutto il cast sono all’altezza. Un film corale. Oltre a Penn credibile nella sua sofferenza già espressa con bravura in altre pellicole, segnalo la prova di Eddie Marsan un sottofondo di umanità e leggerezza. Da carceriere del professor Minor ad angelo custode e difensore dei diritti umani, in un’epoca dove sono spesso calpestati dalle autorità rinchiuse nella loro sovranità.
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