C’è stato un momento, nel secondo tempo, in cui gli interisti miravano al bersaglio e beccavano il piccione. Succede, perché anche per questi motivi le partite finiscono come finiscono. D’altro canto, verso l’area opposta Leão è talmente elegante quando piazza lo scatto che il tiro in porta diventa un dettaglio ininfluente per il coefficiente estetico.
Allora, perché alla fine la vince il Milan? Per il gol che Fofana suggerisce e che Estupinán deposita alle spalle di Sommer, ovviamente, ma ancora di più perché i rossoneri se lo fanno bastare. Come? Riempiendo i vuoti: in particolare quelli che spesso si creano tra la mediana interista e le punte scelte da Chivu, ovvero Esposito e Bonny, che non hanno nei ripiegamenti le doti migliori.
È in quella porzione di campo che Allegri il livornese spedisce i suoi a pescare a strascico, raccogliendo minutaglia di palloni e infrangendo gusci di tackle; è in quei frangenti che si impongono sulla partita la lucidità tattica e il fondo atletico di Adrien Rabiot, che mette al servizio del recupero palla tutta l’argenteria dei suoi fondamentali, sovrapponendo il ricamo dei dribbling strategici alle randellate dei contrasti.
È la partita “totale” di un centrocampista divenuto universale.
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