Oggi la negazione della realtà avviene utilizzando proprio gli strumenti della scienza. Si prende una parola vera, autorevole, e la si usa per fare l’esatto contrario. Ascoltando Roberto Speranza in Commissione Covid, sono tornato a riflettere su questo meccanismo.
Ho vissuto gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Ricordo che non potevi uscirtene con una sciocchezza fuori dagli schemi tecnici e illudere le persone senza trovare qualcuno che dicesse: “Alt, fermi tutti, le cose stanno così. Questo è un libro, studia, poi parliamo”. C’era comunque un’etica.
Oggi basta mostrare uno studio: “Ho ragione io, ecco la dimostrazione”. Senza dire che esistono altri lavori con conclusioni diverse, senza entrare nel merito delle differenze. Il pubblico assiste allo scontro e dovrebbe orientarsi attraverso il proprio senso critico.
Ma chi conosce la comunicazione sa perfettamente che una cosa ripetuta continuamente, da persone presentate come più autorevoli, finisce per passare come verità. E chi dispone di un sostegno mediatico e di potere può continuare su quella strada senza rispondere davvero alle contestazioni. Torto o ragione diventano secondari: interessa far prevalere la propria teoria.
Sotto il silenzio è passata finalmente la legge in modo definitivo che riabilita tutti quei medici che erano stati ingiustamente radiati nel periodo del Covid o sospesi. E allora faccio fatica a comprendere certe reazioni di chi si definisce di sinistra. Una sinistra dovrebbe stare dalla parte del lavoratore, del più debole. Non identificarsi sistematicamente con il più forte, comprese le case farmaceutiche.
«Non c’è rispetto per i morti», si obietta. Ma il rispetto dei morti può diventare un argomento per impedire qualsiasi discussione sulle decisioni prese? Possiamo almeno esaminare le contestazioni, distinguere le responsabilità, confrontarci sulle evidenze?
Altrimenti la scienza viene continuamente invocata, mentre il confronto che dovrebbe alimentarla viene messo all’angolo. E noi rimaniamo dentro una discussione in cui conta il potere di chi parla.
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