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Attualità

La guerra come il Covid: anche oggi gli artisti si nascondono, o si schierano con il mainstream

C’è una sensazione sempre più diffusa tra chi ama profondamente la musica, il cinema e la letteratura: il meglio sembra appartenere al passato. Non è solo nostalgia. È qualcosa di più complesso, che ha a che fare con il valore delle opere e con la loro capacità di resistere nel tempo. Per far passare questo concetto, Giorgio Bianchi ricorda le parole di Italo Calvino, un classico è un’opera che “non ha mai finito di dire quello che ha da dire”. Ed è proprio questo il punto: film, libri e canzoni che continuano a parlarci, anche a distanza di decenni, sono quelli che meritano davvero di essere vissuti. Non a caso, molti oggi tornano a rivedere il cinema degli anni ’70 o ad ascoltare la musica di quel periodo, trovandovi ogni volta significati nuovi. Se pensiamo al cinema, Bianchi si sposta su Apocalypse Now, e in particolare al celebre monologo del colonnello Kurtz interpretato da Marlon Brando.

In quelle parole sull’“orrore” e sulla determinazione dei popoli in guerra si nasconde una riflessione profonda, che ancora oggi aiuta a comprendere dinamiche culturali e umane che spesso l’Occidente fatica a decifrare. Lo stesso vale per la musica. Brani come Generale di Francesco De Gregori o le canzoni di Edoardo Bennato non erano solo intrattenimento: erano strumenti di lettura della realtà, capaci di criticare il potere, raccontare la guerra e stimolare il pensiero critico. L’arte, in quel contesto, aveva una funzione chiara: aiutare a capire il mondo. Oggi, però, qualcosa sembra essersi rotto. La sottolineatura di Fabio Duranti riguarda la fine dell’artista come punto di riferimento per la ribellione. Un tempo l’artista era percepito come figura ribelle, capace di opporsi al potere e di dare voce a chi non ne aveva.

Oggi, invece, cresce la sensazione che molti artisti siano allineati, se non addirittura integrati, nel sistema che dovrebbero mettere in discussione. Durante la pandemia di COVID-19, numerosi artisti hanno sostenuto apertamente politiche governative, arrivando persino a proporsi come garanti di misure di controllo. Una posizione che ha sorpreso molti, soprattutto considerando che storicamente l’arte è stata anche dissenso e critica. Una possibile spiegazione risiede nella trasformazione dell’industria culturale. Cinema, musica, editoria: tutti questi ambiti sono sempre più legati a grandi strutture economiche, spesso private o transnazionali. In questo contesto, lo spazio per il dissenso si restringe. Un tema centrale in un mondo in cui le voci fuori dal coro sono in continua diminuzione, trattato durante “Un Giorno Speciale” da Giorgio Bianchi e Fabio Duranti.

Redazione

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