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“Davvero pensate che gli iraniani vogliano la libertà made in Us-raele?” | Fulvio Scaglione

C’è un passaggio che segna una linea di non ritorno nella lettura del conflitto mediorientale contemporaneo: l’idea che ciò che è accaduto a Gaza abbia ridefinito i confini dell’accettabile. Non più eccezione, ma precedente. Non più emergenza, ma modello. Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, intervistato da Giorgio Bianchi ai microfoni di Un Giorno Speciale, individua proprio qui il punto di svolta: nella trasformazione della guerra in una pratica normalizzata, anche nelle sue forme più estreme.

“Tutto è Gaza”: la soglia che è stata superata

Scaglione riprende una riflessione di Alberto Negri per spiegare il cambio di paradigma: “non abbiamo reagito come si doveva agli eventi di Gaza, e adesso è tutto Gaza, tutto è possibile”. Il significato è netto: ciò che non è stato fermato diventa replicabile. Le operazioni mirate, gli attacchi in contesti civili, l’estensione del bersaglio oltre il singolo obiettivo – tutto entra in un nuovo standard operativo. Non si tratta solo di strategia militare, ma di un mutamento culturale: la guerra non ha più bisogno di giustificarsi nei limiti tradizionali, perché quei limiti sono stati progressivamente erosi.

La “precisione” dei droni e il costo reale delle operazioni

Uno dei punti centrali riguarda la narrazione delle operazioni “chirurgiche”. Scaglione richiama uno studio della ONG Airwars, realizzato durante la stagione dei bombardamenti con droni in Afghanistan: “per ogni terrorista, vero terrorista, provato terrorista eliminato, venivano eliminate altre 28 persone”.

Un dato che ribalta la percezione della precisione tecnologica. L’evoluzione dei droni, osserva, non ha ridotto il problema ma lo ha amplificato: “figuriamoci da allora, sono passati decenni, a oggi, la potenza dei droni, il loro utilizzo, l’ampliamento delle loro missioni”. La conseguenza è un’assuefazione progressiva: “noi ci siamo assolutamente abituati a tutto questo”, fino al punto in cui anche le vittime collaterali smettono di essere un elemento di discussione pubblica.

La percezione nei Paesi colpiti: il fallimento della narrativa occidentale

Oltre ai morti, c’è un effetto meno visibile ma strategicamente decisivo: la percezione delle popolazioni coinvolte. Scaglione mette in discussione l’idea che queste operazioni possano essere lette come interventi liberatori: “ma voi davvero, qualcuno davvero può pensare che in Iran ci sia una convinzione generalizzata che gli americani e gli israeliani arrivino a portare la libertà?”

E aggiunge un elenco che pesa come una memoria storica: “dopo la Libia, dopo la Siria, dopo l’Iraq, dopo l’Afghanistan, ma chi può pensare una cosa di quel genere?” Il punto è che anche l’opposizione interna ai regimi non si traduce automaticamente in consenso verso interventi esterni: “anche la persona più ostile agli ayatollah… ma chi può pensare che questa cosa qui fatta dagli americani sia per portare la libertà e il benessere agli iraniani?” Una frattura che rende ogni operazione militare non solo un fatto bellico, ma un elemento che ridefinisce equilibri politici e percezioni a lungo termine.

Redazione

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