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“Israele ha un piano che cambierebbe il modo di fare guerra, il nome dice tutto” | Manlio Dinucci

Tra escalation militare, crisi energetiche e fragilità geopolitiche, il quadro internazionale si muove su un equilibrio sempre più instabile. Le tensioni tra Israele, Iran e Stati Uniti si intrecciano con interessi economici e strategici globali, mentre sullo sfondo resta una variabile raramente affrontata apertamente: la soglia nucleare. In questo contesto, l’analisi di Manlio Dinucci, intervistato da Giorgio Bianchi ai microfoni di Un Giorno Speciale, prova a spostare il focus dal racconto degli eventi alla struttura profonda del conflitto.

Dietro la guerra: interessi e “regia” globale

Per Dinucci, leggere la crisi come una sequenza di eventi isolati è fuorviante: “Non stiamo assistendo a uno spettacolo… c’è una regia, ci sono interessi di fondo, le cupole del potere, i grandi complessi militari industriali”. Il conflitto, in questa prospettiva, si inserisce in una competizione sistemica più ampia, dove entrano in gioco anche nuovi equilibri globali. L’Iran, sottolinea, è tutt’altro che un attore periferico: “È un paese di estrema importanza per la Russia e per la Cina, per le grandi vie commerciali”.

Il riferimento è al corridoio nord-sud e ai progetti infrastrutturali collegati alla nuova Via della Seta, che rendono Teheran un nodo strategico tra Asia ed Europa. Da qui anche il possibile sostegno indiretto di Mosca e Pechino: “Non c’è da stupirsi che forniscano aiuto militare”. Un equilibrio che, secondo Dinucci, rende lo scenario “ancora più pericoloso”, perché amplia il perimetro reale dello scontro.

Missili, basi e nuovi equilibri militari

Uno degli elementi più significativi riguarda l’evoluzione delle capacità militari iraniane. Dinucci evidenzia un dato: “Finora avevano detto che il massimo raggio dei missili iraniani era di 2.000 km, ora è praticamente il doppio”. Un cambiamento che modifica la geografia strategica, includendo anche infrastrutture occidentali: “In questo raggio c’è anche Sigonella”. Il punto, più che l’efficacia immediata, è il segnale: “Non è tanto il danno materiale ma l’impatto psicologico”, soprattutto su una società abituata a un senso di superiorità militare. Ed è proprio questo elemento, secondo il giornalista, a incidere sulla dinamica più delicata: l’abbassamento della soglia nucleare.

L’“Opzione Sansone” e il monopolio nucleare

Il nodo centrale dell’analisi riguarda la strategia nucleare israeliana. Dinucci ricorda un principio consolidato: “Israele è l’unico paese che ha un armamento nucleare in Medio Oriente” e ha sempre puntato a mantenerne il monopolio. In questo quadro si inserisce quella che definisce una dottrina precisa: “Israele ha un piano: l’opzione Sansone”. Il riferimento è esplicito: “Muore Sansone e tutti i filistei, ma in questo caso Sansone vorrebbe far crollare il tempio senza rimanerci sotto”.

Tradotto in termini strategici: la possibilità di ricorrere all’arma nucleare in una logica di sopravvivenza. “Se subissero altri colpi che non riescono a parare, potrebbero ricorrere a un’arma nucleare”. Dinucci richiama anche una tipologia specifica: “La bomba neutronica, uccide di più, ma con contaminazione molto minore”, rendendo possibile un successivo controllo del territorio. Uno scenario che, sottolinea, non appartiene alla fantapolitica: “Stiamo correndo il pericolo di passare la soglia nucleare”.

Il rischio globale e il silenzio sul punto critico

Il passaggio decisivo riguarda le conseguenze sistemiche. Per Dinucci, l’eventuale utilizzo di un’arma nucleare romperebbe un equilibrio storico: “Tutti i paesi in grado di fabbricare armi nucleari procederebbero in quel senso”. Il paragone è diretto: “È come dire che se tutti girassimo con una pistola saremmo più sicuri”.

Da qui l’aspetto più radicale: “La capacità distruttiva accumulata è in grado di cancellare quasi ogni forma di vita dalla faccia della Terra”. Eppure, secondo il giornalista, questo resta il grande rimosso del dibattito pubblico: “C’è qualcosa di cui non si parla perché è terrificante lo scenario”. Un silenzio che si estende anche ad altri fronti, come quello ambientale legato ai conflitti:
“Assistiamo a un disastro climatico dietro l’altro e nessuno dice niente”.

Redazione

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