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“Cosa succederà dopo la morte dell’universo? Vi rispondo con una tazzina di caffé”

C’è un punto dell’universo in cui le categorie più familiari smettono di funzionare. Il tempo non è più una linea uniforme, lo spazio non è più un contenitore stabile. Nel racconto di Elisa Nichelli, astrofisica e ricercatrice, i buchi neri diventano il laboratorio estremo in cui la realtà si deforma fino a mettere in crisi l’intuizione umana. Non un racconto fantascientifico, ma una conseguenza rigorosa delle leggi fisiche.

Il tempo non è uguale per tutti

“Dipende da dove ci si trova”, chiarisce Nichelli, ribaltando l’idea più radicata: quella di un tempo identico per chiunque. “Noi abbiamo un’esperienza del tempo che è una sorta di metronomo, uguale per tutti, mentre in realtà dobbiamo pensarlo più come un elastico che si può allungare e accorciare”.

Il riferimento è diretto alla relatività di Einstein: velocità elevate e campi gravitazionali intensi modificano lo scorrere del tempo. “Se qualcuno ci guardasse da fuori vedrebbe un tempo che mano a mano rallenta”, spiega. Avvicinandosi a un buco nero, questo effetto diventa estremo: “Dal nostro punto di vista il tempo continuerebbe a scorrere in modo assolutamente uguale, ma vedendoci da fuori rallenterebbe fino quasi a congelarsi”. Una realtà doppia, dove osservatore e osservato non condividono più la stessa esperienza.

Attraversare l’orizzonte degli eventi

L’immaginario comune parla di distruzione immediata. La fisica, invece, è più sfumata. “L’orizzonte degli eventi non è un ostacolo fisico, ma il punto di non ritorno”. Nichelli richiama Interstellar: “Tutti pensano che attraversarlo significhi essere distrutti all’istante, ma in un buco nero super massiccio l’esperienza potrebbe essere più tranquilla, almeno all’inizio”.

La chiave sono le dimensioni. Più il buco nero è grande, meno violenti sono gli effetti iniziali. Poi avviene la vera rottura: “Si inverte la percezione dello spazio e del tempo”. “Lo spazio è obbligato a muoversi verso il centro, mentre il tempo diventa la variabile che possiamo esplorare”.

Il destino ultimo dell’universo

Guardando avanti di trilioni di anni, il quadro cambia radicalmente. “Ci troviamo davanti a un universo che non può più accendere nuove luci”. Senza materia, le stelle smettono di formarsi. È la cosiddetta morte termica. “Un oceano buio popolato dai buchi neri che tenderanno poi a evaporare”. Un processo lento, ma inevitabile. “È come un caffè lasciato sul tavolo: il calore si disperde fino all’equilibrio”. L’universo segue lo stesso principio. “Viviamo oggi un’esperienza preziosa”, conclude. Un cosmo pieno di luce che non durerà per sempre.

Giganti lenti e dischi di accrescimento

L’idea di buchi neri voraci è parziale. “Sono gli oggetti più collassati che esistano, quindi non possono collassare ulteriormente”. La crescita è graduale. “La materia delle stelle viene strappata e forma dischi di accrescimento”. Sono questi dischi a renderli osservabili. “Emettono luce nelle onde radio e nei raggi X”. E soprattutto: “Il processo può durare milioni e milioni di anni”. Più che divoratori istantanei, sono sistemi lenti.

La “spaghettificazione” della materia

Tra i concetti più noti c’è quello di Hawking. “È un concetto fisico molto serio”, sottolinea Nichelli. La dinamica è semplice: “I piedi sono attratti più della testa”. Anche su pochi centimetri, la differenza è enorme. Il risultato è estremo. “Il corpo viene disteso, allungato, creando uno spaghetto”. La conseguenza è pratica: “Tenetevi a debita distanza”. Non è una metafora, ma una legge fisica.

Redazione

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