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Battaglione Azov, Giorgio Bianchi svela cosa c’era nei cassetti delle milizie: “Una parte era finta”

Quella sera del 2 novembre, a Petropavlivska Borshchahivka, nel distretto di Bucha, centinaia di persone si sono radunate davanti a un edificio usato dal 1° Corpo Azov della Guardia nazionale, dopo voci non verificate su militari trattenuti illegalmente. Quattro soldati sono rimasti feriti e l’ufficio investigativo statale ha aperto un’inchiesta. Azov e polizia respingono ogni accusa di torture. Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio presidenziale, giunto sul posto, ha parlato di una messa in scena.

Budanov sul posto

Per il giornalista Giorgio Bianchi, ai nostri microfoni, l’arrivo di Budanov è un segnale preciso: “è un po’ come se a seguito di un fatto che si verifica in Italia arrivasse Draghi o Mattarella in persona, per calmare gli animi e per spiegare”. Un gesto che, a suo giudizio, misura la tensione di un Paese sotto legge marziale: “tenere un paese in guerra per cinque anni senza grandi prospettive non è facile e tutti questi scossoni possono avere dei contracolpi pesanti e generare delle sommosse“. Sul malcontento pesano anche gli scandali: “i figli dei leader, degli uomini importanti politici in età di leva stanno tutti all’estero e non ce n’è manco uno al fronte“, afferma. E sulla detenzione dei renitenti non ha dubbi: “ho la certezza che questi luoghi esistono, ho la certezza che l’Ucraina sia tenuta con il pugno di ferro, non potrebbe essere altrimenti“.

Dal Donbass, i ricordi

Bianchi ripercorre le proprie esperienze sul campo. Della base Azov vicino Mariupol, visitata all’indomani della presa russa, dice: “ho potuto girare liberamente per la base, aprire i cassetti, aprire gli armadi“. Su una prigione segreta vista in uno scantinato, invece, la cautela: “c’era una parte della scena che secondo me era vera, c’era una parte che era finta, non mi è piaciuta questa cosa qui, quindi io questa cosa non la pubblicai“. Nel 2017, durante le riprese del documentario Divided a Donetsk, raccolse la testimonianza di una donna che viveva oltre la linea del fronte: “il mio paese è ostaggio di una minoranza violenta“.

Redazione

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