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Un buco di bilancio di 30 miliardi: la Germania in grave crisi se ne frega dei patti di stabilità

La Germania sta affrontando una grave crisi delle finanze pubbliche a causa di un buco di bilancio stimato tra i 20 e i 30 miliardi di euro per il 2026, a causa della crescita dell’indebitamento netto. La spesa federale tedesca cresce molto più delle entrate, spinta da welfare, interessi e nuovi fondi speciali. Loro se ne fregano dei patti di stabilità quando gli interessa. La spesa quindi, nonostante il ricorso massiccio al debito, presenta investimenti chiave su istruzione, infrastrutture e clima, che tuttavia restano sotto la media dell’Unione Europea. Il problema nasce dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha vietato l’uso di fondi speciali fuori bilancio imponendo il rispetto del cosiddetto freno al debito. Questo vincolo impedisce al Governo di finanziare la transizione ecologica e la modernizzazione delle infrastrutture attraverso nuovo deficit. Ma questo sta creando una paralisi politica e una paralisi politica sta minando la fiducia degli investitori con ripercussioni che a loro volta si ripercuotono non soltanto sulla Germania ma su tutta l’Eurozona.

Berlino un tempo era modello di rigore e oggi si ritrova costretta a tagliare sussidi sociali, sussidi cruciali anche, alimentando le tensioni del popolo e proteste. Il rischio è che l’assenza di investimenti pubblici porti a una deindustrializzazione del paese, un tempo più industrializzato d’Europa. Non sia più in grado di sostenere la crescita, trasformazione ed equilibrio intergenerazionale. Insomma, che cosa sta succedendo? Sta succedendo, secondo me, che la Germania sta ricevendo in piena fronte un boomerang.

Il boomerang della propria politica, la politica dell’esportazione e del freno della domanda interna, la politica dei pareggi di bilancio. Insomma, tutto quello che l’Unione Europea ha fatto negli ultimi decenni deprimendo il welfare interno e sperando che l’Euro, come moneta competitiva, consentisse le esportazioni. Questo modello sta andando in crisi. Buona economia umanistica!

Valerio Malvezzi

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