Negli ultimi anni il conflitto culturale ha smesso di essere confinato alla politica in senso stretto e ha invaso i territori dello spettacolo, dell’intrattenimento e dell’informazione. Festival, programmi televisivi e spazi di satira non funzionano più come luoghi di pluralismo, ma come dispositivi simbolici in cui si misura l’adesione o la distanza da un perimetro ideologico sempre più rigido.
In questo contesto, la vicenda legata all’assenza di Andrea Pucci da Sanremo diventa un pretesto per interrogarsi su chi stabilisce i confini del dicibile, e su perché alcuni eccessi vengano tollerati mentre altri risultino immediatamente sanzionabili.
Per Antonio Maria Rinaldi, la questione Pucci non riguarda la comicità in sé ma il diritto di parola: “La parola giusta è non allineato”. Il comico, chiamato inizialmente a rappresentare la categoria, sarebbe diventato improvvisamente scomodo perché percepito come esterno all’orizzonte culturale dominante. Rinaldi sottolinea la disparità di trattamento: “Pucci non può fare mezzo minuto a Sanremo, mentre chi umilia un collega in prima serata resta tranquillamente al suo posto”. Il riferimento è al video in cui Lilli Gruber ironizza sulla voce di Mario Giordano, negandogli persino lo status di collega: un episodio che costituirebbe una violazione deontologica tollerata solo perché proviene dalla “parte giusta”.
Il fotoreporter Giorgio Bianchi allarga lo sguardo, parlando di un vero e proprio “bestiario mediatico”. Ricorda casi in cui figure regolarmente presenti nel servizio pubblico insultano colleghi o categorie di cittadini senza conseguenze, mentre altri vengono marchiati e isolati. “Io sono stato sbattuto in prima pagina come ‘putiniano’, con effetti reali sulla mia vita professionale”, afferma, collegando la propria esperienza a quella di Pucci: “Stai danneggiando una persona professionalmente. Gli stai dicendo che non può lavorare”. Per Bianchi, la satira non è più uno spazio di libertà, ma uno strumento selettivo, concesso solo a chi rientra nei confini stabiliti.
Diego Fusaro introduce una distinzione decisiva. A differenza del caso Beppe Grillo, cacciato dalla Rai negli anni Ottanta, quello di Pucci non sarebbe una censura diretta: “Se ho capito bene, ha rinunciato lui dopo le pressioni”. Tuttavia, il filosofo non minimizza il quadro complessivo: “Il potere mediatico decide comunque chi parla e chi no”. Sulla frase della Gruber, Fusaro è netto: “Si qualifica da sola. Non è stata all’altezza della sua intelligenza. La critica è legittima, l’insulto no”. La conclusione è più ampia: Sanremo, come le Olimpiadi, non è più ciò che dichiara di essere, ma una rappresentazione del pensiero dominante, dove destra e sinistra si alternano senza mai mettere in discussione la struttura del potere.
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