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Le verità nascoste dietro il fotovoltaico e la soluzione che stravolge tutto

Il fine vita dei pannelli fotovoltaici è uno dei nodi meno raccontati della transizione energetica. Dietro l’aumento esponenziale delle installazioni, si profila un flusso di rifiuti destinato a crescere per decenni, con implicazioni ambientali, industriali e normative. Dalla responsabilità estesa dei produttori alle nuove tecnologie di recupero del silicio di grado solare, il riciclo dei moduli fotovoltaici diventa un banco di prova concreto per l’economia circolare.

Un flusso destinato a esplodere

«Stiamo parlando di un flusso in crescita molto significativa», spiega Massimiliano Lanz ai microfoni di Astrea, direttore del Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare di ISPRA. «Tra il 2019 e il 2023 l’immesso al consumo di pannelli fotovoltaici è passato da 54 mila a 432 mila tonnellate, mentre la raccolta dei rifiuti è cresciuta da 1.700 a 30 mila tonnellate». Numeri che fotografano un sistema ancora all’inizio, ma già sotto pressione.

Con una vita media di circa 25 anni, i pannelli installati oggi diventeranno rifiuti solo nel lungo periodo. Ma, avverte Lanz, «la crescita delle installazioni di questi anni significa che nel futuro dovremo gestire quantitativi molto più elevati». A questo si aggiunge un fattore accelerante: l’efficienza crescente dei nuovi moduli potrebbe rendere conveniente la sostituzione anticipata di impianti ancora funzionanti.

Responsabilità estesa e nuove regole

I pannelli fotovoltaici rientrano nella categoria dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), con una disciplina specifica. «La normativa richiede sistemi di raccolta differenziata dedicati e l’attivazione della responsabilità estesa del produttore», chiarisce Lanz. «Chi immette i pannelli sul mercato deve garantire la loro corretta ripresa e gestione a fine vita».

In Italia, questo principio è stato rafforzato dal recente recepimento della normativa europea. «Il produttore non gestisce direttamente il rifiuto, ma organizza sistemi consortili che garantiscono il ritiro e l’avvio al riciclo», spiega ancora Lanz. Un meccanismo già operativo: nel 2023 oltre l’85% dei pannelli raccolti è stato avviato a riciclo, soprattutto per vetro e alluminio.

Il nodo tecnologico: recuperare il silicio

La vera sfida, però, è qualitativa. «I pannelli sono materiali compositi incollati tra loro: vetro, plastica, silicio e metalli», spiega Francesco Vegliò, docente di ingegneria chimica all’Università dell’Aquila. «Separarli in modo selettivo è complesso, e spesso ci si limita a recuperare vetro e alluminio, arrivando a un concentrato di silicio e argento».

È qui che interviene il progetto LIFE Circular. «Molti operatori valorizzano solo l’argento, perdendo il silicio», osserva Vegliò. «Noi utilizziamo processi idrometallurgici per separare l’argento e recuperare anche il silicio, che è un critical material per la Commissione Europea». Un silicio non immediatamente riutilizzabile nei pannelli, ma fondamentale come materia prima per nuovi cicli industriali, dai wafer ai microchip.

Ricerca, industria e sostenibilità reale

Dal laboratorio all’impianto industriale il passaggio non è automatico. «Abbiamo creato uno spin-off universitario, Smart Waste Engineering, che ha brevettato i processi e realizzato impianti pilota», racconta Walter Murru, amministratore unico di BFC Sistemi. «Oggi questi impianti traducono le ricette di laboratorio in produzione reale, anche se su scala ancora limitata».

L’obiettivo non è solo superare il 90–94% di riciclo attuale, ma farlo in modo sostenibile. «La sostenibilità non è solo ambientale», conclude Vegliò. «Deve essere anche economica e sociale. Recuperare il silicio significa ridurre la dipendenza da nuove estrazioni e chiudere davvero il ciclo dei materiali». Una condizione essenziale perché la transizione energetica non produca nuove emergenze ambientali.

Astrea è ideato e condotto da Rosanna Piras

Francesco Vergovich

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