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Smontiamo l’ultimo eurodelirio di Draghi con Gabriele Guzzi ▷ “In alcuni punti rasenta il ridicolo”

Nel primo week-end di febbraio, da Leuven (Belgio), l’ex premier e già presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha pronunciato un discorso pubblico di forte impatto mediatico sull’avvenire dell’Unione Europea. Rivolgendosi a leader, accademici e media, ha sostenuto che il vecchio ordine globale «è ormai defunto» e che l’Europa rischia di diventare “subordinata, divisa e deindustrializzata” se non intraprende una trasformazione profonda verso una federazione di Stati più coesa e dotata di poteri reali in difesa, politica estera e industria.

Su questa proposta – che Draghi stesso definisce un percorso verso un “federalismo pragmatico” aperto a chi vorrà avanzare più rapidamente – si è espresso l’economista e autore di “EurosuicidioGabriele Guzzi ai microfoni di Lavori in Corso. La sua lettura non è un semplice commento: è una critica che investe la genesi, la natura e il futuro dell’integrazione europea.

Dalla genesi dell’Europa alle “confessioni senza pentimento”

Per Guzzi “Mario Draghi è uno di quelli che ha contribuito a creare questa Unione Europea”. Dal Tesoro negli anni Novanta alla guida della Banca d’Italia, della BCE e infine del governo italiano, Draghi ha avuto un ruolo centrale negli snodi chiave dell’integrazione comunitaria. «È un errore di metodo presentare ora questa proposta come se tutto quello che è stato fatto prima non avesse responsabilità», osserva Guzzi. «Io l’ho chiamata una confessione senza pentimento: Draghi dice cose intelligenti, ma non riconosce di aver contribuito a certe scelte che oggi critica». Per l’economista, questo atteggiamento rischia di oscurare la storia e di svuotare di senso il dibattito sul futuro dell’Europa.

Secondo Guzzi, l’idea di “fare gli Stati Uniti d’Europa” è un pio desiderio, possibile solo in epoche in cui gli Stati membri erano pochi e più omogenei – come negli anni Novanta della Comunità Europea. Oggi, con 27 Stati caratterizzati da identità storiche, economie e interessi geopolitici diversi, trovare un terreno politico condiviso per una federazione appare un salto troppo ambizioso.

Diagnosi condivisibile, terapia sbagliata

Guzzi ammette che la diagnosi di Draghi su fragilità, divisioni e rischi strategici dell’Europa è evidente nella realtà dei fatti. Dal rischio di subordinazione agli interessi di potenze globali alla lentezza decisionale sui fronti della difesa e delle catene globali del valore, i limiti di una confederazione di Stati sovrani appaiono chiari anche alle élite europee. Questa analisi è condivisa da responsabili politici in varie capitali e resocontata nelle cronache del dibattito europeo.

Tuttavia, l’economista ritiene che la cura proposta da Draghi sia inadeguata. «Draghi arriva in ritardo», afferma Guzzi, «e anche se la diagnosi è vicina all’evidenza, la cura si orienta nella direzione sbagliata». Il nodo, per lui, non è semplicemente un’integrazione più profonda, ma un nuovo paradigma economico che ponga al centro la democrazia economica e non solo l’aggregazione istituzionale. Per Guzzi, l’Europa ha vissuto decenni di stagnazione e disuguaglianza perché ha messo l’idea di mercato e tecnocrazia sopra l’interesse delle persone, trascurando i principi di sviluppo umano e equità.

La nascita degli Stati: guerra, storia e limiti culturali

Un altro punto centrale della critica riguarda la natura storica dello Stato moderno. «Gli Stati nascono spesso attraverso eventi tragici – guerre, rivoluzioni, conflitti –, non per decisioni arbitrarie», ricorda Guzzi. Francia, Italia, Inghilterra e Stati Uniti stessi sono il risultato di processi profondamente segnati da conflitti e trasformazioni sociali. Per questo, completare un processo di unificazione politica su scala continentale senza una volontà collettiva forte alle spalle è, secondo lui, non realistico né storicamente fondato.

In quest’ottica, la proposta di costruire una federazione su base volontaria – con alcuni paesi più avanti e altri seguaci – è vista da Guzzi come una visione ingenua: «Non è un club di golf dove chi vuole entra e chi non vuole resta fuori».

Riconsiderare l’integrazione europea: oltre il federalismo astratto

Al centro dell’argomentazione di Guzzi non c’è solo un rifiuto del federalismo in sé, ma una richiesta di realismo e profondità critica. L’Europa, sostiene, deve confrontarsi con i propri errori storici – non solo istituzionali ma culturali ed economici – e ripensare la cooperazione tra Stati sovrani su basi più pragmatiche e condivise, invece di inseguire modelli politici importati e non radicati nella realtà dei popoli europei.

Una svolta significativa, secondo Guzzi, richiede che l’Europa guardi più alla collaborazione reale su interessi comuni (come sicurezza, tecnologia e industria) piuttosto che a formule astratte di Stato federale che rischiano di ignorare l’eterogeneità dei cittadini e dei percorsi storici.

Redazione

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