L’attività fisica è un fattore riconosciuto di prevenzione e longevità, ma esiste una soglia oltre la quale lo sport smette di proteggere e inizia a danneggiare. È su questo confine che si colloca il bodybuilding professionistico, una pratica che – quando spinta oltre i limiti fisiologici – espone l’organismo a rischi gravi e documentati, in particolare sul piano cardiovascolare. A certificarlo non sono impressioni o allarmismi, ma dati epidemiologici di ampio respiro.
Lo studio coordinato da Marco Vecchiato, medico dello sport dell’Università di Padova, ha analizzato oltre 20.000 atleti impegnati in competizioni della IFBB tra il 2005 e il 2020, con un follow-up medio superiore agli otto anni. I risultati parlano chiaro: “per la prima volta abbiamo pensato di indagare questa possibile problematica in modo epidemiologico, estendendo la ricerca a un numero molto elevato di atleti, cercando così di dare un numero oggettivo all’incidenza di morte e di morte cardiaca improvvisa in questa sottopopolazione”. Durante il periodo osservato sono stati registrati 121 decessi, di cui il 38% per morte cardiaca improvvisa, con un rischio oltre cinque volte superiore nei professionisti rispetto agli amatori.
Il punto critico non è l’esercizio in sé, ma la sua estremizzazione. “Lo studio non era volto a identificare un meccanismo causa-effetto, ma alcune considerazioni sono possibili”, spiega Vecchiato. Tra queste, la ciclizzazione del peso: fasi di “bulking” seguite da periodi di “cutting” aggressivo che portano gli atleti in deplezione idrosalina. “Arrivano alla gara in condizioni di disidratazione, aumentando il rischio aritmico”. A questo si aggiunge “l’ombra delle sostanze dopanti”, con percentuali di abuso che “la letteratura riporta essere superiori all’80%” nei professionisti.
Le autopsie hanno spesso evidenziato cardiomegalia e ipertrofia ventricolare severa. Secondo Stefano Palermi, medico specialista in medicina dello sport dell’UNICAMILLUS, “l’ipertrofia può essere fisiologica, ma quando diventa patologica porta a problemi elettrici, aritmie maligne, insufficienza cardiaca e, nei casi più estremi, alla morte dell’atleta”. Gli sport di forza, come il bodybuilding, “aumentano soprattutto gli spessori del cuore”: oltre una certa soglia, l’adattamento diventa rimodellamento patologico.
L’uso cronico di steroidi androgeni anabolizzanti amplifica il rischio. “Gli effetti sul sistema cardiovascolare sono molteplici e ben studiati”, osserva Vecchiato: ingrandimento delle camere cardiache, riduzione della frazione di eiezione, aumento di pressione e colesterolo, con conseguente rischio di infarti precoci, ictus ed embolie. “La principale causa di morte cardiaca improvvisa è la formazione di aree fibrotiche nel cuore che generano aritmie maligne”. Le autopsie mostrano inoltre danni a fegato, reni e, nei maschi, atrofia testicolare, segno di un asse ormonale compromesso dall’assunzione esogena di testosterone.
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