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20 Febbraio 1987: Enzo Tortora, un sorriso spezzato

Il 20 febbraio di trentasei anni fa fece il suo ritorno in televisione: «Dove eravamo rimasti?». Non era più lo stesso uomo, però. Nessuno di noi sarebbe riuscito a tornare laddove le cose si erano spezzate. Frantumate. Infrante.

Era il diciassette giugno di quattro anni prima quando vedemmo Enzo Tortora in manette. Aveva cominciato a ucciderlo la perversione della giustizia italiana.

Si sarebbe scoperto soltanto dopo, troppo tempo dopo, che il nome sull’agenda del camorrista Puca non era “Tortora”, bensì “Tortona”, e il numero di telefono scritto accanto era quello di un laboratorio di sartoria.
Non è la cosa più assurda della vicenda. Per capire il motivo per cui Enzo Tortora venne tirato in ballo bisogna ricostruire una cervellotica e paranoica storia di vendetta: quella del pregiudicato Giovanni Pandico, che pensò bene di imbastire una rete di testimonianze false per colpa di alcuni centrini da tavola. Sic. Pandico aveva infatti inviato dal carcere alla redazione di Portobello alcuni centrini, per poterli mettere all’asta durante la nota trasmissione televisiva. La redazione però non riusciva più a trovare i centrini, quindi Tortora in persona volle scusarsi tramite una lettera a Pandico e, peraltro, rimborsò i centrini andati persi. Pandico, noto oltre che come criminale, anche per essere soggetto a manie di persecuzione, non aveva accettato le scuse e aveva iniziato a inviare a Tortora lettere intimidatorie, anche con uno scopo di estorsione a quanto risulta. Forse Tortora sottovalutò certi segnali; sicuramente non si aspettava di finire, a causa di una così immotivata vendetta, al centro di una vicenda di accuse che gli avrebbe sgretolato l’esistenza.

Pandico riuscì a coinvolgere, per le testimonianze contro il popolare conduttore, alcuni tra i principali pregiudicati di camorra: il già citato Giuseppe Puca, detto ’O Giappone; l’arcinoto Pasquale Barra, ’O animale, colui che nel carcere di Nuoro aveva ucciso Francis Turatello sviscerandolo, letteralmente, per azzannargli il cuore. Questa gente si ritrovò contro Enzo Tortora. Ma non solo i criminali gli distrussero la vita:
«Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporter».
E ancora: «Ho visto le foto di mia madre infamata (“Gente”) persino nella cappella dove va a pregare per me. Sono ancora nel tunnel, sono diventato “il caso”, “il giallo”: tutto ciò che odio».

Così scriveva alla sua Francesca.

La macchina del fango, a livello mediatico, partì proprio da quelle telecamere che gli erano state amiche fino a qualche giorno prima: il 17 giugno 1983 ogni tg Rai mandò reiteratamente in onda la sua camminata con le manette ai polsi, con l’espressione assente pur nella compostezza; con una grancassa che alla maggior parte dei killer più abietti era stata risparmiata.

Si affastellavano, nel frattempo, le false testimonianze orchestrate ad arte: si arrivò a dire che spacciasse persino nei camerini della Rai; si parlò addirittura di una fantomatica “iniziazione” camorristica tramite una incisione sul braccio. Quel braccio non riportava alcuna cicatrice.

Si spesero pubblicamente per la sua innocenza Piero Angela, Indro Montanelli, Giorgio Bocca. La sua rivalsa, la sua uscita a testa alta dalla vicenda, la dovette però soltanto alla propria forza, al coraggio di opporsi a una macchinazione sordida, una delle più infamanti della storia italiana dal Dopoguerra a oggi:
«Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento. Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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