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Stai addestrando l’IA e nessuno ti paga: quando la usi fatti queste semplici domande | Rinaldi e Duranti

Nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale c’è una parola che ricorre con ostinazione: progresso. Ma ogni progresso porta con sé un costo, un’idea di uomo e una gerarchia di poteri. Il punto non è se la tecnologia sia utile, ma quale modello di società produce. E soprattutto: chi ne trae vantaggio.

L’illusione dell’intelligenza

La prima stortura è semantica. Chiamare “intelligenza” una macchina significa attribuirle ciò che definisce l’essere umano: creatività, imprevedibilità, relazione. E infatti, come osserva Fabio Duranti, “intelligenza artificiale è l’ossimoro più grosso della storia”, perché dove c’è intelligenza non può esserci automatismo, e dove c’è automatismo non c’è libertà.
Sostituire pensiero con calcolo non significa avanzare, ma ridurre l’orizzonte umano a ciò che è misurabile e replicabile. Da qui la provocazione di Antonio Maria Rinaldi: “È più corretto parlare di deficienza reale”, perché la macchina non crea, ripete.

L’uomo come materia prima

Il nodo vero non è tecnologico, ma antropologico. I modelli non generano conoscenza: la estraggono dagli esseri umani. Ogni testo scritto, immagine prodotta, gesto registrato diventa addestramento gratuito per sistemi che accumulano valore senza restituirlo.
Il paradosso è evidente: più l’uomo produce, meno conta. La macchina non sostituisce l’essere umano perché è più intelligente, ma perché assorbe la sua creatività, la impacchetta e la rimette in circolo come prodotto seriale.
E poiché gli algoritmi sono scritti da chi detiene potere, ciò che appare neutro è già orientato. Come sottolinea Duranti: “È colorato dall’ideologia, dal desiderio di dominio”. La macchina non pensa: replica intenzioni.

Quando il capitale non fa beneficenza

Viene poi la domanda che, una volta posta, non consente più scorciatoie: chi sta investendo e perché? Non si muovono “fondi”, si muovono imperi finanziari. Cifre che Rinaldi definisce “difficili anche solo da scrivere: milioni di milioni”. Nessuno impegna risorse del genere per generosità verso l’umanità. Dove l’investimento è così imponente, il ritorno atteso non è commerciale, ma strategico.
Come afferma Rinaldi: “È chiaro che è previsto un ritorno”. Il prodotto non è il software: il prodotto è il controllo delle decisioni umane. Il valore non è nell’output della macchina, ma nella dipendenza che la macchina genera.

Il costo nascosto: energia, acqua, autonomia

Mentre si racconta l’AI come “immateriale”, essa ha invece corpi e infrastrutture: data center che consumano più energia di intere città, sistemi di raffreddamento che, come denuncia Duranti, “prosciugano i pozzi”, bollette che aumentano non per l’uso domestico, ma per alimentare server remoti. L’estrazione di dati si accompagna all’estrazione di risorse fisiche. È lo stesso modello: concentrare potere drenando ciò che è comune. E l’obiettivo, espresso nella sua forma più nuda, è semplice: dominio. Non l’efficienza, non il progresso, non il benessere. Dominio sulle infrastrutture del pensiero, della memoria, della produzione culturale.

Redazione

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