C’è un passaggio che rischia di sfuggire mentre guardiamo alle meraviglie della cosiddetta intelligenza artificiale. Non è soltanto la sua capacità di generare testi, immagini, strategie, previsioni. È l’infrastruttura fisica che la sostiene, gigantesca, energivora, costosa – e che sta ridisegnando geografie e rapporti di potere.
Un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera ha acceso il dibattito: negli Stati Uniti crescono le proteste contro la costruzione di enormi data center, veri e propri cattedrali di cemento e silicio lunghe centinaia di metri, dove colossi come Microsoft, Google, Amazon e Nvidia stipano le macchine di calcolo necessarie a far funzionare gli algoritmi. Secondo gli studi citati, la richiesta di energia elettrica e acqua per il raffreddamento è così elevata da innalzare i costi per intere comunità.
Il punto economico è semplice. “Se aumenta la domanda di energia, il prezzo sale. E quando sale, sale per tutti,” spiega Anotnio Maria Rinaldi. Non si tratta solo di impatto ambientale: il costo dell’energia viene scaricato sulle comunità, mentre le big tech godono spesso di regimi fiscali agevolati. “In America molte di queste aziende vengono addirittura detassate,” denuncia Carlo Iannello, docente di Diritto Costiruzionale, “mentre un pizzaiolo o un operaio pagano tutto. È una distorsione intollerabile.” In alcuni casi, continua, i data center scavano pozzi e prosciugano intere falde, lasciando i cittadini senza acqua. Qui la tecnologia non è più uno strumento, ma una forza di spoliazione.
C’è poi il piano politico e culturale. “Siamo di fronte a imprese che si fanno Stato,” afferma Iannello. Queste aziende non si limitano a produrre software: decidono cosa può circolare e cosa no, chi ha visibilità e chi viene oscurato. “È una normatività algoritmica,” la definisce, “che funziona solo se l’uomo viene appiattito, privato della sua unicità e del suo spirito critico.” L’obiettivo, secondo lui, è rendere il comportamento umano prevedibile — e dunque controllabile. Da qui la preoccupazione per l’effetto sull’arte, la musica, il linguaggio, l’immaginazione. “La cosiddetta intelligenza artificiale non genera emozioni,” insiste Iannello, “le replica. È sempre in ritardo. E se l’uomo smette di creare, si ferma tutto.”
Stati Uniti e Europa non reagiscono allo stesso modo. In molte comunità americane si stanno già formando comitati di opposizione, spinti da cittadini che vedono arrivare questi “mostri” e ne misurano l’impatto sulla vita quotidiana. “È un nuovo luddismo, ma oggi il nemico non è più la macchina in senso astratto,” sostiene Rinaldi, “è l’ambiente tecnologico che ci sovrasta e che rischia di svuotarci dall’interno.” La via, dicono, non è nostalgica né tecnofoba: è umanistica. “Ci difendiamo solo coltivando ciò che ci rende imprevedibili: la creatività, il senso critico, la coscienza,” conclude. “Siamo ancora in tempo, ma il tempo non è molto.”
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