Abbiamo perso tempo, tra la Norvegia e la Moldova (che in italiano sarebbe Moldavia, secondo l’origine russa), parlando di schemi non digeriti – quali e con quanto tempo a disposizione per acquisirne gli automatismi? -, poi di scelte, discutibili come da tradizione, quindi della posizione remota dei nostri avversari di stasera nel ranking mondiale e così via.
L’aspetto più importante, nonché più lampante, lo abbiamo tralasciato, da Euro 2024 in poi: la maggior parte dei calciatori azzurri, da mesi a questa parte, quando veste la maglia della Nazionale dà la sensazione di smarrire all’istante la fiducia nei propri mezzi tecnici, indipendentemente dal livello di partenza. Si è visto quando sono stati surclassati a Oslo contro un avversario atleticamente straripante e paradossalmente si è notato ancora di più, in proporzione, al “Mapei” contro i volenterosi ex sovietici.
Volenteroso anche il pubblico emiliano, così come la Banda della Polizia; volenteroso Spalletti, soprattutto, primo caso di CT addetto stampa della propria cacciata, nell’incarnazione del proprio recentissimo passato.
Nel brusio di uno stadio che non riesce mai a consegnarsi al clamore, perché la mestizia della manovra azzurra e gli strascichi delle ore più paradossali della storia della nostra federazione, fanno sì che il risultato sia meno che un dettaglio: sarebbe potuta terminare cinque a zero o uno a uno e non sarebbe cambiato nulla, negli umori di tutti i presenti, in campo e sugli spalti.
A Reggio Emilia era nato il Tricolore, nel 1797; stasera non si è capito né cosa sia finito né, soprattutto, cosa stia per cominciare, all’ombra delle nostre quattro Coppe del Mondo e dei nostri due Campionati Europei.
Paolo Marcacci
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