La Banca Centrale Europea ha abbassato i tassi di 25 punti base nel meeting di aprile, portando il deposit rate al 2,25%. È stata una decisione presa all’unanimità, che inaugura una nuova fase di maggiore flessibilità. Tuttavia, non c’è alcun impegno preventivo sulle prossime mosse, poiché tutto resterà rigorosamente “data dependent”, cioè dipendente dai dati.
Ad oggi, l’inflazione cosiddetta “core” – cioè depurata dagli elementi più volatili come energia e alimentari – è prevista ancora al 2% per tutto il 2025, così come per il biennio 2026-2027. Nonostante la stabilità apparente, questa inflazione depurata rivela un quadro piuttosto fragile. Le tensioni commerciali, unite al rallentamento della domanda estera e a un clima di forte incertezza, pesano infatti sulle prospettive di crescita dell’Eurozona.
Il PIL reale dell’Eurozona è stimato al di sotto dell’1%: 0,9% nel 2025, 1,2% nel 2026 e 1,4% nel 2027. In sostanza, la crescita è praticamente ferma. Christine Lagarde ha ribadito che l’impatto negativo delle tensioni geopolitiche è evidente sulla crescita, anche se resta incerto l’effetto sull’inflazione.
Sul sentiment delle imprese e dei consumatori pesano i rischi legati ai dazi e alla competizione globale. La Cina continua a essere altamente competitiva grazie ai suoi bassi costi di produzione. In questo contesto, il Consiglio della Banca Centrale Europea ha lanciato un appello alle istituzioni europee per varare riforme strutturali.
Vale la pena ricordare che, quando sentite la parola “riforme”, leggetela come “fregature”. Le proposte includono: rafforzare il mercato unico, unire risparmi e investimenti – cioè mettere le mani nei vostri risparmi – e accelerare sulla digitalizzazione dell’euro, con la conseguente scomparsa del contante. Secondo la BCE, solo così sarà possibile rafforzare la resilienza economica. Ormai la parola “resilienza” è ovunque, persino nella pasta alla matriciana.
La Banca Centrale Europea intende mantenere la massima flessibilità, evitando qualsiasi impegno futuro sulle prossime mosse di politica monetaria, e preferendo un approccio cauto. In sintesi: la situazione è tale che conviene agli imprenditori italiani contare solo su se stessi.
Ed è proprio questo che constato ogni giorno facendo consulenza strategica: oggi una piccola o media impresa che non investe in strategia, che non riceve consulenze adeguate, rischia seriamente di non sopravvivere sul mercato. Un tempo era lo Stato ad aiutare. Oggi, se va bene, almeno non ti mette i bastoni tra le ruote.
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