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Cari Friedkin, ridateci l’anima

Dice – l’eterno “dice” della coscienza popolare -: ma non ne avevi vissuti altri di momenti bui e di contestazioni? Certo, c’era una differenza, in tutte le altre epoche: quelli con cui me la potevo prendere erano presenti, li si poteva individuare in tribuna, venivano allo stadio e, aspetto fondamentale, anche di fronte alle critiche più aspre e al più profondo risentimento, non facevano mai vacillare una convinzione, nei tifosi: soffrivano quanto e come loro.
Anzalone, Viola, Sensi, solo per fare tre esempi di presidenze autoctone in ordine cronologico prima degli statunitensi, non hanno preso solo decisioni giuste; hanno avuto le proprie impuntature, fatto errori anche gravi, come è normale per chi deve gestire uomini e sinergie. Di loro, però, si sapeva in ogni caso che stavano mettendo del proprio, in termini di tempo e risorse, per dare alla Roma tutto ciò che potevano. Gli striscioni più polemici nei loro confronti, li leggevano dal vivo e ne prendevano atto, riflettendo su come riparare. Non hanno mai definito i loro tifosi idioti o straccioni, anche quando questi si mostravano ferocemente critici. Per questo, ancora prima che per gli scudetti e gli sforzi profusi, i romanisti ancora li ricordano come si ricorda un affetto familiare.

L’Olimpico che toglie i vessilli è un pugno nello stomaco; è il silenzio che produce un frastuono superiore a quello di un’esplosione. La gente della Roma lo sa, perché lo dice la storia del club, che le vittorie vanno spillate come si fa con un vino pregiato e raro, perché se ne ha poco a disposizione; lo sa che i periodi più aurei sono stati intervallati da lunghe epoche di magra. La questione è proprio questa: questa tifoseria accetta finanche di vincere poco e per questo ricorda bene ogni trofeo, come la maggioranza degli altri club di A estranei al circuito metropolitano settentrionale; quello che non potrà mai accettare è di avvertire che si trascurano i suoi umori nel bene e nel male, i suoi valori, i suoi simboli. Non le si può insegnare un modo di essere a uso e consumo di un management: è il management, quale che esso sia, a dover prendere atto del modo di essere dei romanisti, con tutti i loro eccessi, perché chi rispetta questi valori non ci rimette mai.

Questi tifosi aspettano soltanto dimostrazioni tangibili per poter dire: la Roma è di nuovo nostra. Altrimenti, che si tratti dei Friedkin o di altri, non è più neanche un affare.

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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