Quanto ci si può fidare delle riviste scientifiche? Quello che è un dibattito simile a una lesa maestà sembra però più un tabù della scienza che una verità inconfutabile. La scienza non è democratica, questo è vero. Una volta che uno studio finisce in letteratura, possono essere poche (ma non inesistenti) le opposizioni, anche se perché ciò accada c’è un duro meccanismo di revisione dei colleghi pari grado (“peer review”) che garantirebbe l’autenticità della ricerca.
Ma talvolta non basta neppure questo. Eloquente fu la posizione del Nobel Schekman, che a più riprese ha denunciato l’inquinamento del dato clinico a favore del profitto. Stesso discorso per quanto riguarda Giuseppe Di Bella, il cui Metodo in funzione antitumorale deve oggi essere applicato in silenzio e senza troppo indispettire le autorità sanitarie.
Nell’incontro tenuto all’Hotel Carlton di Bologna il dott. Di Bella ha raccontato della difficoltà riscontrata nel farsi pubblicare sulle riviste scientifiche, ma di come questo non sia dipeso dall’invalidità dei lavori: “Fortunatamente qualche rivista meno titolata, ma comunque presente sulle banche dati ha pubblicato i nostri lavori. A chi lo fece abbassarono subito l’impact, come Endocrinology Letters a cui va tutta la nostra gratitudine”.
“Questo è il significato di quello che dice Schekman. Come si fa carriera? Un clinico, se vuole fare carriera vera, basta che pubblichi su una rivista tipo Nature, tipo Science, che hanno un impact astronomico. Bastano uno o due lavori e fa una carriera enorme. Per cui c’è un punto fondamentale di gestione delle carriere scientifiche, perché poi sempre loro diventano ‘Key Opinion Leader’, perciò ogni tanto lo interpellano e poi in base a ciò che dice erigono degli esempi per l’opinione pubblica”.
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