Un’Italia non travolgente, che fa il suo dovere onorando la rotondità del risultato previsto ma che non riesce a farlo diventare sovrabbondante; del resto le nazionali materasso di una volta non esistono più e le proporzioni sono in continuo aggiornamento.
Gli Azzurri scendono in campo nella cornice di un “San Nicola” che renderebbe solenne anche un’amichevole, figurarsi allora la tappa di una campagna d’Europa, con Luciano Spalletti che esercita una lungimiranza napoleonica nelle scelte iniziali e negli avvicendamenti, in previsione della serata di Wembley, dove il Gruppo C vivrà una delle sue serate dirimenti circa le sorti del girone.
È stata la sagra dell’estetica, per quanto riguarda le segnature, la cui serie è aperta da Bonaventura con una parabola arcuata delle sue, poi proseguita e arrotondata dal ricco (molto più di quanto si percepisca) campionario balistico di Berardi.
Bravo e utile Kean nelle sponde e nelle rincorse “sostanziose” negli ultimi venticinque metri, per questo complimentato dal CT al momento della sostituzione; un po’ evanescente Raspadori, nella prima parte; compassato Locatelli. Ha buon gioco la linea difensiva a quattro nel fare bella figura, con un Mancini dominante e un Bastoni che si può divertire a giocare la sfera con serenità.
Quattro a zero secco e pure asciutto, rifinito alla fine da Frattesi sul primo palo, senza strafare e con la consapevolezza, da parte dell’Italia, di doversi proiettare oltre il momento critico determinato dal battage dello scandalo sui compagni scommettitori (non chiamatelo calcio – scommesse perché è un’altra storia) e anche di dover riconquistare l’opinione pubblica, travolta dalla marea montante delle rivelazioni di Corona.
A Wembley Fabio Capello fece felici gli emigranti italiani nel ‘73; a Wembley la banda di Mancini si prese l’Europa in mezzo a due mondiali mancati; a Wembley l’Italia di Spalletti può riconquistare autostima per generare stima. Se ne sente un gran bisogno.
Paolo Marcacci
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