La lotta di classe, al tempo del turbocapitalismo apolide, è una lotta di classe dall’alto verso il basso. A senso unico, nella forma di un vero e proprio massacro di classe.
Da una parte abbiamo i signori delle big tech e dell’alta finanza, dall’altra gli sfruttati delle piccole imprese, delle partite Iva, dei ceti medi. Tutti coloro che insomma vivono del proprio lavoro e subiscono le aggressioni di classe dall’alto.
Ebbene, questa lotta di classe passa anche per la questione ambientale.
Loro, i padroni in alto, sono quelli che devastano l’ambiente nel nome del profitto. Poi, con il sotterfugio della green economy, non solo moltiplicano all’infinito il loro business inventandosi le fonti rinnovabili di profitto, ma si mettono pure la coscienza a posto: fanno credere al mondo intero che hanno a cuore l’ambiente, quando le cose stanno in maniera diametralmente opposta.
E così, grazie a questa grande narrazione ideologica, diffusa urbi et orbi da tutte le centrali dell’informazione e dell’addomesticamento del consenso, passa l’idea che a devastare l’ambiente siano invece gli ultimi, gli indesiderati, quelli che non possono permettersi gli strumenti green che invece hanno i ceti abbienti. Sono loro a passare come quelli che devastano l’ambiente, non uniformandosi al coro ambientalmente corretto.
Ecco perché occorre combattere l’ambientalismo neoliberale della green economy per proporre l’unico vero ambientalismo, quello coincidente con l’anticapitalismo.
L’ambientalismo neoliberale è una forma fasulla di ambientalismo; è semplicemente il modo con cui il tecnocapitalismo gestisce pro domo sua anche la questione ambientale con un duplice obiettivo: per un verso viene trasformato in fattore di business anche l’ambiente, per un altro si nega la possibilità di un vero ambientalismo. Serio, anticapitalistico.
Così si lascia credere che il vero ambientalismo sia quello che vogliono loro, i padroni. L’ambientalismo neoliberale che non intacca i rapporti di forza egemonici, ma che anzi li rinsalda.
La green economy non solo non è in grado di fermare la devastazione dell’ambiente, di più, gonfia le tasche dei padroni del discorso.
Ecco perché Greta Thunberg viene promossa a simbolo di un ambientalismo sano, buono. Quello che però non intacca i rapporti di forza, laddove gli ambientalisti che invece mettessero in discussione il modello capitalistico di produzione, verrebbero disegnati come facinorosi, come non allineati con l’ortopedia del camminare eretti al tempo della globalizzazione neoliberale.
Eccola l’ecotruffa gestita e organizzata dai padroni del discorso.
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