“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“. Poi arrivarono i social. Fu così che assistemmo a ogni vessazione di questo principio: libertà di parola censurata ogni qual volta lo si ritenga opportuno, parole bandite a prescindere dall’uso e dal contesto, profili bannati e resi alla stregua di desaparecidos digitali.
E poco spiega il fatto che si tratta di “piattaforme private”. Un po’ come se ognuno, a casa propria, decide che la legge dello Stato non vale, che la libertà di parola non conta, che la pena di morte improvvisamente si possa esercitare. Ovviamente si tratta di un esempio per far capire come dei colossi del web con sedi nella Silicon Valley si comportano nei confronti delle nazioni.
Nessuna regola, nessun remore, nessuno che se ne occupi. Sei col cellulare a Roma, a Torino, a Milano, ma qualcuno dalla California può decidere cosa puoi dire o meno.
E’ questa la situazione attuale, peggiorata da una zona grigia di regole che continua a sussistere. Così vediamo censure nei confronti di chi contraddice l’OMS, sparizioni di profili sulla base di false accuse, reati di parola giudicati senza processi e totalmente in modo arbitrario.
“Ci sarebbe in realtà un modo per aggirare lo strapotere di questi gruppi transnazionali“, dice in diretta il filosofo Diego Fusaro, “cioè quello di Stati nazionali che creano le proprie reti sociali – come ci fosse un Twitter nazionale italiano – in cui realmente valgono i principi della Costituzione“.
Ascoltate il suo intervento con Fabio Duranti.
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