L’Allianz Arena aveva coscienza, stasera, di tutto ciò che sarebbe potuto accadere, perché quegli spalti negli anni hanno visto imprese di vasta e varia portata; al tempo stesso, sapeva in partenza quando difficile sarebbe stato, ai limiti dell’impossibilità.
La sensazione di una semifinale già conclusa: questo il primo pensiero quando Bayern Monaco e Manchester City fanno il loro ingresso in campo: il naufragio dei tedeschi all’andata aveva avuto nel tabellino finale uno degli aspetti peggiori, ma non il peggiore in assoluto: la disgregazione dello spogliatoio, quasi anche in senso fisico, aveva evidenziato la fibrillazione interna a un grande club che prima della gara di andata era ancora accreditabile di vittoria finale.
Un buon momento del Bayern, nel primo tempo, ma un po’ poco per definire riaperta una contesa cloroformizzata dalla mattanza dell’Etihad. Anche perché Haaland si permette il lusso di far decollare un rigore.
Esce Sané, entra Mané e non è una rima ricercata; forse soltanto un avvicendamento involontariamente umoristico. Nel frattempo, Haaland il gol lo mette a segno, con un sinistro che soffia via da sotto la traversa ogni ragnatela di speranza tedesca.
Il rigore di Kimmich è un saluto alla Coppa lungo undici metri di malinconia.
Paolo Marcacci
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