Nella moderna visione della knowledge-based company, cioè dell’impresa basata sulla conoscenza, l’esistenza di un’impresa si giustifica se innova, concorrendo a creare nuovo valore cognitivo o usando il sapere.
In questa visione pare centrale domandarsi: per chi?
Se la risposta fosse “per il bene dell’uomo” ne consegue che il bene morale e il tema morale siano centrali. Ai miei occhi la volontà è invece quella di negare il pensiero etico e religioso in economia in quanto portatore di pensiero in grado di condizionare la ricerca e l’uso della conoscenza. Cosa molto pericolosa per il mercato dei capitali.
Se noi ragionassimo su un’economia della conoscenza anziché dei capitali, cambierebbe tutto il modo di pensare.
Gli Stati verrebbero valutati non perché hanno miniere di diamanti, ma per le miniere di conoscenza. Se l’umanità sta meglio nella cultura in generale è perché si sviluppa conoscenza. Allora la produzione di conoscenza dovrebbe diventare un indicatore della ricchezza di un paese. Non bisognerebbe misurare il Pil, Prodotto interno lordo, ma il Knowledge internal rating. Cioè qualcosa che va a misurare il valore interno del sapere di uno Stato.
In cima a tutto questo, poi, ci dovrebbe essere la morale, come controllore dell’economia umanistica.
Malvezzi Quotidiani, comprendere l’Economia Umanistica con Valerio Malvezzi
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