L’ultima tragicomica proposta del governo giallofucsia consiste nel rimuovere il crocifisso dalle aule. Lo si fa “in nome della laicità“, dicono.
E’ invece un’azione errata ma anche pericolosa: il crocifisso infatti, non è soltanto un simbolo religioso legato a una fede, ma un simbolo vivente della nostra tradizione, del nostro radicamento storico-culturale, fa parte del patrimonio simbolico dell’Europa di cui siamo figli, tanto quanto la filosofia moderna, o l’illuminismo o l’idealismo tedesco.
Sopprimere il crocifisso consiste in sostanza nella negazione della propria storia, per sfociare in un nichilismo acefalo che è negatore stesso delle radici e della cultura.
Proprio in ciò affiora il carattere nichilista del capitalismo di cui questo Governo si fa promotore: propone di abbattere ogni simbolo, ogni radicamento storico dei popoli e propone un piano “liscio”, desacralizzato, senza simboli o riferimenti culturali. Tutto ciò per creare un supporto ideale allo scorrimento delle merci o delle persone che non abbia impedimenti.
Nell’open space della globalizzazione capitalistica non debbono esserci un alto e un basso, un vero e un falso, un giusto e uno sbagliato. La merce infatti non conosce autorità, non conosce spazio che non sia violabile e ha bisogno di questo relativismo di cui stiamo parlando.
Il turbocapitalismo “sans frontières” ha dichiarato guerra alla religione, tanto che credo si possa parlare non di guerra di religione, ma di guerra alla religione. Del resto come dichiarava Ezra Pound “il sacro è l’indisponibile rispetto alle logiche mercificanti“, il tempio è sacro perché non è in vendita e il capitale intende profanarlo.
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