Le parole ci rispettano soltanto se le rispettiamo, non se le usiamo a nostro piacimento; soprattutto, ci sfuggono di mano quando le costringiamo a provare vergogna al posto nostro. Perché con tutte le possibilità che offre il loro utilizzo, noi sempre più spesso scegliamo di tradirle, perché voltiamo le spalle al senso che hanno, pensando di poterne disporre a piacimento, convinti che persino quello sia diventato una questione di gusti. I nostri.
È fatale, a un certo punto, che le parole ci si ritorcano contro: il gigante non soltanto non potrà mai essere buono, ma non dovrebbe essere nemmeno gigante, per quanto attiene alla descrizione, perché non è certo quella la caratteristica con cui si consegna al nostro giudizio. Così come l’amore non è né troppo né poco, semplicemente perché in una storia come quella di Elisa non ce n’è traccia, visto che il destino della ragazza è stato riempito dal suo contrario.
Quello del titolista è uno dei mestieri più belli al mondo, perché richiede di condensare il senso di una storia in un pugno di vocaboli. Proprio per questo, la valenza di ogni parola scelta dovrebbe moltiplicare al quadrato la sua efficacia, per farci cogliere subito i tratti essenziali di una vicenda. Non capovolgere il senso stesso della storia, soltanto perché qualcuno pretende di sovrapporre la sua visione della realtà alla realtà stessa.
Stiamo mancando di rispetto alle parole, dunque; sempre più spesso e con sempre maggiore leggerezza, superficialità. Segno che non ce ne stiamo nemmeno più rendendo conto, molto probabilmente. Ecco perché rischiamo, stiamo rischiando, che ci sfuggano completamente di mano, a volte ritrovandosi agli antipodi di quello che era il loro messaggio di partenza.
Dovremmo chiedere scusa alle parole, prima che ci mollino del tutto; prima che ci puniscano nella maniera più dura possibile, ossia lasciandoci soli di fronte alla scelta, terribile, di descrivere ciò che è bene e ciò che è male, se nel frattempo le avremo private della certezza dei loro significati.
Paolo Marcacci
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