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Primo Levi, un nome che non cicatrizza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”: infatti non comprenderemo mai, almeno si spera, per nostra fortuna. Grazie alle sue descrizioni nitide, prive di orpelli emozionali, continuiamo a conoscere e, per chi svolge il “mestiere” (amo chiamarlo così) di insegnante, come me, a far conoscere, attraverso l’assegnazione del suo “Se questo è un uomo”, la cronaca quotidiana dell’orrore che avrebbe continuato a portare tatuato sull’avambraccio, fino a che l’esistenza gli sarebbe stata sostenibile. Fino a che l’esperienza di Auschwitz avrebbe trovato, dentro di lui, scampoli di anima residua da divorare.

Il suo libro più celebre, celeberrimo anzi, “Se questo è un uomo”; non il più bello, almeno a mio parere: se non lo avete fatto, leggete “La tregua”, la cronaca del ritorno dall’inferno, una sorta di Commedia laica che si ferma al purgatorio dei sopravvissuti, senza conoscere paradisi di sorta, impensabili dopo l’abominio nazista. Oppure “I sommersi e i salvati”: pagine in cui arriva a dolersi, in un certo senso, di essere sopravvissuto. 

Sempre più spesso, anche se per fortuna non così di frequente, si presenta qualche genitore, di quelli che pretendono di dare consigli agli insegnanti su come svolgere il loro lavoro, a dire: – Ma ancora assegnate Primo Levi? Ma non sarebbe il caso di svecchiare, di rivedere i programmi? Oramai sono cose lontane da noi… –
Cose lontane da noi. Proprio così dicono.

In quei casi, rispondo sempre: – Lo sa signora (o signore) che Primo Levi si è suicidato nel 1987, più di trent’anni dopo il suo ritorno dà Auschwitz? Secondo lei che vuol dire? –

Lo chiamava “Il dono avvelenato”, quello della sopravvivenza al campo di concentramento; il dolore della testimonianza vissuto quasi come una maledizione, per il carico di orrore che gli era rimasto negli occhi, nel petto, nelle notti per sempre angosciose.

Ecco perché, cari ipotetici signori che tornerete a porre la vostra domanda idiota sul perché leggerlo ancora, tra dieci o venti anni proporre le sue pagine avrà ancora più senso di oggi. 

Paolo Marcacci

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Paolo Marcacci

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