Nella contea di Lewis, nel nord dello Stato di New York, un bambino è morto dopo aver contratto il morbillo: è il primo decesso in oltre trent’anni in quello Stato, mentre gli Stati Uniti attraversano la peggiore epidemia dagli anni Novanta, con più di 4.800 casi nel 2026 e una copertura vaccinale scesa sotto la soglia del 95%. Nelle stesse ore l’Europa conta i danni di un’ondata di attacchi hacker ai frigoriferi dei supermercati, portati da remoto fino a 50 gradi, e delle minacce di bomba che hanno costretto sette voli ad atterraggi d’emergenza. Notizie lontane tra loro, ma con un filo comune: il racconto che le accompagna e il controllo di sistemi che, ogni giorno di più, sfuggono a chi li usa.
Il titolo sul morbillo basta ad accendere il sospetto. “Non sappiamo nemmeno se sia vero che è morto di morbillo”, obietta Fabio Duranti. “Adesso devono mettere paura alla gente: non vado a cena con chi ha il morbillo, ti ammali, muori, fai morire gli altri. No, non è così”. Per Giorgio Bianchi il punto sta a monte, nella grammatica del potere. “Le parole sono importanti, e chi controlla le parole controlla il mondo. Il prologo del Vangelo secondo Giovanni comincia proprio così: in principio era il Verbo. Noi purtroppo l’abbiamo dimenticato, abbiamo lasciato ad altri il controllo della narrazione e oggi ne paghiamo le conseguenze. Le parole generano senso, e la propaganda è fatta di immagini, ma soprattutto di parole”. Persino il dibattito sul riarmo si presta alla parodia: rievocando la celebre promessa di Romano Prodi sull’euro, quella del lavorare meno guadagnando di più, Bianchi ricorda la battuta circolata in rete: “Bombarderemo il doppio e moriremo la metà”.
Le chiavi di casa consegnate
Dalle parole agli oggetti il passo è breve. “Pensa che siamo stati così fessi da lasciargli anche il controllo delle telecamere che stanno in casa nostra e dei frigoriferi del supermercato”, incalza Duranti. L’elenco, per Bianchi, è più lungo e arriva fino al volante. “C’è anche la guida autonoma. A me vengono i brividi solo a pensare che una macchina si guidi da sola. Ti devi affidare a dei sensori e pregare che funzionino, perché magari ti addormenti e la macchina guida. Lasciamo perdere, non ci voglio neanche pensare”.
Duranti, che quelle auto le ha provate durante i viaggi fatti insieme, è ancora più drastico: “Abbiamo notato come sia una fesseria colossale. Bisogna provarle, le cose, per capire quanto non possano funzionare e non funzioneranno mai. Vi danno a bere cose che non sono vere: sono giocattoli, e pure pericolosi”. Proprio qui le strade dei due si separano, perché per Bianchi l’efficienza è un falso problema. “Secondo me possono anche funzionare, non è questo il punto. Il problema è che tutto ciò che viene trasferito in rete è gestibile da altri. Tutto, perché l’impermeabilità non esiste. C’è sempre una backdoor”.
Sull’11 settembre
Il ragionamento scivola su un terreno scivoloso. “Ogni tanto ripenso all’11 settembre”, ammette Bianchi. “L’ambasciatore Carnelos ci ha raccontato che a New York era con un pilota italiano molto esperto, che gli disse: io quella manovra non l’avrei saputa fare. Parliamone”. A frenarlo è proprio Duranti, che rivendica di aver pilotato quegli aerei. “È vero che in quel tipo di virata centrare un grattacielo proprio al centro è estremamente complesso. Due su due, ti giuro, è complicato. Ma se mi chiedi se sia impossibile, no: è possibile”.
Bianchi chiarisce che la sua domanda era un’altra, cioè la possibilità di prendere il controllo di un sistema dall’esterno. Duranti, però, si ferma prima sul vocabolario, perché anche lì passa un’idea distorta. “Si dovrebbe dire crackerare. Se tu chiami hacker qualcosa che non è un hackeraggio ma un crackeraggio, stai confondendo due parole diverse. È importante, perché attraverso le parole passano concetti sbagliati”.
Sovranità digitale, questa sconosciuta
Il nodo finale è politico. Chi ha capito il rischio si è attrezzato per tempo. “Paesi che in passato erano molto più arretrati di noi, come la Russia e la Cina, si sono dotati di piattaforme social proprietarie. Hanno tutto proprietario, non si affidano a sistemi stranieri, perché poi può succedere qualcosa. Una volta si diceva che ti mettevano il virus nel computer per venderti l’antivirus: oggi possono craccarti il sistema per venderti la protezione. E noi sappiamo che la nostra cybersicurezza è appaltata a Israele. Quindi, oltre a usare sistemi stranieri, ci affidiamo a un sistema straniero anche per difenderci dalle loro falle: secondo me è veramente un capolavoro. Poi ognuno la può pensare come vuole”.
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