Le parole pronunciate da Stefano Bonaccini sul profilo sociale degli elettori di destra hanno acceso un nuovo scontro politico nell’estate 2026. Il presidente del Pd aveva collegato il successo elettorale di Donald Trump, della Brexit, di Marine Le Pen e, in Italia, di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e del generale Roberto Vannacci, a un elettorato con meno titoli di studio, residente nelle aree interne o nelle periferie e in condizioni economiche più difficili. La frase, ripresa e rilanciata dalla premier Meloni come un giudizio sprezzante verso milioni di cittadini, ha scatenato repliche durissime da tutto il centrodestra, mentre lo stesso Bonaccini si è difeso sostenendo di aver posto un problema interno alla sinistra, non un giudizio sugli elettori avversari. Sul caso si sono confrontati ai microfoni Un Giorno Speciale Fabio Duranti, Giorgio Bianchi e Alberto Contri.
Per Duranti la vicenda certifica, prima di tutto, la dissoluzione della sinistra come area politica legata ai diritti sociali: “la sinistra non esiste più”, ha osservato, sostenendo che oggi il voto colto rifletterebbe piuttosto un’egemonia culturale nelle scuole e nelle università. Sulla stessa linea Contri, che ha vissuto l’esperienza in Rai, ha ricordato di essersi scontrato in passato con chi riteneva le posizioni progressiste “antropologicamente superiori”. Secondo Contri, Bonaccini confonderebbe ceto socio-economico e livello culturale, mentre il linguaggio semplice ed efficace di Vannacci intercetterebbe un disagio reale, indipendentemente dai giudizi che si possano dare sulla costruzione mediatica del personaggio.
Il passaggio più netto arriva da Giorgio Bianchi, autore del saggio Governare con il terrore, che ha paragonato lo scontro Bonaccini-Vannacci a un incontro di wrestling: uno spettacolo apparentemente durissimo ma concordato, dove i contendenti si scambiano colpi sulla propria caratterizzazione senza mai toccare i temi reali, mentre a guadagnarci è “l’impresario” del sistema mediatico. Per Bianchi esisterebbe una propaganda differenziata per pubblici diversi, quella per i cosiddetti ignoranti e quella, più sofisticata, riservata ai colti, con l’istruzione come precondizione all’addomesticamento ideologico piuttosto che come garanzia di autonomia di giudizio.
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