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Pokémon Go: la rivelazione dieci anni dopo ▷ “Venduti i dati che noi stessi gli fornivamo”

Non è un gioco quello che milioni di persone hanno affidato ai propri smartphone tra il 2016 e oggi — o almeno non lo è più. Pokémon GO, l’applicazione che spingeva folle intere a rincorrere creature in realtà aumentata per le strade delle città, torna al centro della cronaca per una cessione di dati che ne ridefinisce la natura: da passatempo di massa a strumento di raccolta cartografica su scala planetaria, finito — secondo quanto ricostruito ai microfoni di Un Giorno Speciale da Ferdinando Petrarulo, Giorgio Bianchi e Alessio De Paolis — nelle mani di Vantor, azienda che addestra intelligenze artificiali anche per scopi militari. Il meccanismo del gioco, ricorda Bianchi, permetteva a Niantic di scegliere dove far comparire i Pokémon, orientando migliaia di utenti a percorrere strade precise con la videocamera accesa, mappando così interi quartieri in modo capillare e gratuito; De Paolis non manca di ricordare il costo umano di quella corsa, con persone investite mentre inseguivano creature comparse in autostrada.

La cessione a Vantor

Petrarulo ricostruisce il punto di svolta: dietro compenso, Niantic avrebbe ceduto l’intero patrimonio di scansioni raccolte da milioni di giocatori a Vantor. Nel contratto di licenza originario era prevista la cessione a terze parti, ma senza specificare né escludere l’uso militare — ambiguità che milioni di utenti hanno accettato senza saperlo. A cosa servano quei dati lo spiega lui stesso: addestrare sistemi capaci di orientarsi senza GPS, segnale ormai bersaglio strategico nei conflitti, soggetto a disturbo e jamming. I droni che dipendono solo dal satellite risultano vulnerabili; quelli che si orientano su scansioni reali di luoghi reali guadagnano un vantaggio tattico difficile da neutralizzare.

Droni e nuove frontiere belliche

Bianchi allarga il quadro alla guerra in Ucraina, dove sciami di droni saturano le difese aeree prima che altri dispositivi colpiscano i bersagli — citando il documentario National Bird di Sonia Kennebeck sui traumi psicologici dei dronisti. Descrive poi le contromisure sul campo: droni a corto raggio guidati da fibre ottiche così sottili da finire nei nidi degli uccelli nei campi ucraini, e droni a lungo raggio che si orientano in autonomia grazie all’IA, sfruttando le immagini urbane raccolte da utenti ignari, volando a bassa quota sui palazzi come punti di riferimento. De Paolis nota come questo dato, meno grezzo di una mappatura satellitare tipo Google Earth, trasformi l’informazione in una vera arma bellica. Bianchi richiama poi il precedente Obama-Facebook — il like che apriva l’accesso ai dati degli amici per orientare il voto — poi esploso nello scandalo Cambridge Analytica legato a Trump, con la stessa sostanza ma reazioni mediatiche opposte.

Cavillo giuridico e origini militari

De Paolis solleva il nodo legale: una clausola non esplicitata è di per sé illegittima? Petrarulo ipotizza un cavillo giuridico piuttosto che una violazione conclamata. Bianchi allarga la riflessione al confine labile tra civile e militare, richiamando Keyhole — tra le prime aziende finanziate da In-Q-Tel, il venture capital della CIA — poi confluita in Google Earth dopo l’acquisizione Google del 2004, e le auto che mappavano le reti Wi-Fi domestiche durante lo sviluppo di quei servizi. Petrarulo torna sulla consapevolezza del consumatore come unico argine reale, mentre De Paolis riconosce l’utopia di pretendere che tutti leggano ogni contratto; sapere che certe clausole possono esistere, aggiunge Petrarulo, resta comunque un primo passo, rafforzato dalla recente condanna di Meta e Google negli Stati Uniti per algoritmi capaci di creare dipendenza in una minore. Chiude Bianchi: le piattaforme social nascono in ambito militare, non per intrattenimento — gli utenti sono l’humus da cui quello strumento trae risorse, sviluppate in campo economico ma soprattutto militare.

Redazione

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