La sera del 1° giugno 2026, Donald Trump e Benjamin Netanyahu si sono parlati al telefono. Una chiamata all’apparenza come quelle che ci sono state in passato tra i due leader. Quelle tra due alleati storici che si coordinano su una crisi senza precedenti. Il giorno dopo, però, la testata americana Axios pubblica una ricostruzione di quella conversazione che rimbalza su tutte le principali testate del mondo. Secondo funzionari americani anonimi, Trump avrebbe urlato insulti a Netanyahu. Lo avrebbe accusato di essere pazzo, gli avrebbe detto che, senza di lui, sarebbe già in prigione. Gerusalemme smentisce tutto. Trump, su Truth, definisce subito dopo il colloquio produttivo, ma qualcosa non torna.
Per capire quella telefonata bisogna capire il momento in cui è arrivata. Nelle settimane precedenti Israele aveva intensificato le operazioni militari nel Libano meridionale contro Hezbollah. Attacchi aerei, incursioni di terra, una pressione crescente e senza precedenti che si stava avvicinando sempre di più a Beirut. Quegli attacchi erano arrivati nel momento più delicato: gli Stati Uniti erano nel pieno dei negoziati con l’Iran. Trattative lunghe, tenute in piedi faticosamente durante i mesi del conflitto. Teheran aveva già avvertito Washington più volte: se l’escalation israeliana in Libano continua, il tavolo si chiude.
Per anni Trump aveva assecondato Netanyahu quasi senza condizioni. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale, il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, il sostegno incondizionato alle operazioni militari israeliane a Gaza. Un rapporto in cui Washington aveva sistematicamente adattato le proprie priorità a quelle di Tel Aviv. Ora però Netanyahu, per Washington, sembra aver varcato il limite, mettendo a rischio l’unico dossier che Trump considera davvero suo: l’accordo con l’Iran.
La telefonata del 1° giugno nasce proprio qui, non come aggiornamento di routine, ma come segnale che qualcosa nel meccanismo probabilmente si è inceppato.
Il giorno dopo la telefonata, Axios pubblica la propria ricostruzione citando due funzionari americani anonimi e una terza fonte non identificata. Secondo questa versione, la chiamata è stata tesa e piena di parolacce. Trump si sarebbe scagliato contro Netanyahu con frasi dirette, ad esempio: “Sei fottutamente pazzo“, “Ora tutti ti odiano”, “Tutti odiano Israele per questo”, “Saresti in prigione se non fosse per me“. Non una normale frizione diplomatica, lo vediamo, ma lo sfogo di un leader che più volte si è sentito ignorato da qualcuno che, a suo parere, considera un proprio debitore.
La reazione negli Stati Uniti è immediata. Mark Levin, commentatore di Fox News, vicino alla destra trumpiana, chiede il licenziamento del giornalista di Axios, definendo le rivelazioni un danno alla sicurezza nazionale. Il dibattito sulla sostanza si chiude però in fretta. Intervistato da Miranda Devine nel podcast PodForceOne, Trump conferma in prima persona di aver usato espressioni come “pazzo”. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano“, dice il tycoon, poi aggiunge: “Mi piace molto Bibi, lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra“. La precisazione, badate bene, è rivelatrice: Trump sente il bisogno di riaffermare la solidità del rapporto proprio perché qualcosa in quel rapporto sta scricchiolando. Sul riferimento al processo penale di Netanyahu, quella frase sul carcere, Trump però non si è espresso. Gerusalemme invece continua a smentirla.
Lo staff di Netanyahu e l’emittente israeliana Channel 12 smentiscono la ricostruzione di Axios su diversi punti. Secondo queste fonti non ci sono stati insulti personali, non è mai stata pronunciata alcuna frase sul carcere, non c’è stata nessuna affermazione su quanto Israele sia, citiamo testualmente, “odiato nel mondo”. Il giornalista israeliano Amit Segal, con accesso diretto all’entourage del premier, è esplicito: Trump non ha fatto alcun riferimento alla vicenda giudiziaria di Netanyahu.
Quello che le fonti israeliane ammettono è che la telefonata è stata molto tesa. I due leader avrebbero scambiato lamentele reciproche anche riguardo a dichiarazioni pubbliche fatte sui social nei giorni precedenti. Trump avrebbe osservato che difendere la posizione di Israele nel mondo era diventato difficile. Il tono però, secondo questa versione, non sarebbe mai degenerato in insulti diretti.
Vale la pena notare cosa non viene smentito: che Trump abbia espresso frustrazione, che abbia chiesto un cambiamento di rotta, che il rapporto fosse sotto pressione. La disputa israeliana riguarda i toni, non la sostanza. E sulla sostanza, con la conferma di Trump al podcast di Miranda Devine, il quadro è chiaro.
Dopo le ultime dichiarazioni di Trump, il quadro dei fatti certi è questo:
Confermato da lui stesso in prima persona: ha usato espressioni molto dure con Netanyahu. Era “turbato” per i combattimenti in Libano, ma il rapporto con il premier israeliano rimane solido.
Confermato da entrambe le parti: la chiamata è stata “tensa”. Trump ha chiesto a Israele di non attaccare Beirut. Netanyahu ha accettato. Le forze israeliane non colpiranno dunque la capitale libanese, salvo un attacco diretto sul territorio israeliano. Le operazioni nel Libano meridionale però continuano. I negoziati con l’Iran non si sono interrotti.
Non ancora confermato pubblicamente: il riferimento al processo penale di Netanyahu.
Il punto politicamente rilevante, dunque, non è la ricostruzione parola per parola. È che per la prima volta, in modo documentato, Trump ha esercitato una pressione diretta e pubblica su Netanyahu. E Netanyahu ha ceduto su Beirut. Un precedente che non esisteva nei 6 anni precedenti di relazione tra i due.
Questa telefonata va letta come un momento di svolta nel rapporto tra Washington e Tel Aviv. Per anni quella relazione ha funzionato con una logica precisa: Netanyahu fissava le condizioni, Trump le assecondava. Il sostegno americano a Israele era dato per acquisito, per automatico, indipendentemente dalle conseguenze sulle priorità americane. Ora quella logica però si è incrinata. Trump ha un obiettivo che Netanyahu non può ignorare né sabotare senza conseguenze: l’accordo con l’Iran.
Nella stessa intervista al podcast di cui abbiamo già parlato, Trump fornisce un dettaglio significativo: i colloqui si stanno evolvendo rapidamente, e Mojtahed Khamenei è assolutamente coinvolto nel processo decisionale. E sempre secondo Trump: accadranno diverse cose positive. È la prima volta che Trump colloca esplicitamente un proprio interesse strategico al di sopra delle esigenze operative israeliane. Il messaggio arrivato alle cancellerie è quello: tra Washington e Tel Aviv non c’è più la sintonia automatica degli anni precedenti.
Trump non ha abbandonato Netanyahu, ricordiamolo, ma ha smesso, almeno su questo dossier, di seguirlo senza farsi domande. Questa non è una rottura pubblica e ufficiale. È qualcosa di molto più sottile e probabilmente più duraturo. Che ci dice però molto, molto sull’evoluzione del rapporto tra Washington e Tel Aviv.
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