Quattro anni dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la domanda più ovvia — cosa pensano davvero i russi di questa guerra? — continua a non avere una risposta semplice. Non perché manchi chi provi a darla, ma perché la realtà che emerge da chi in Russia ci vive davvero è più sfumata, e più scomoda, di qualsiasi narrativa preconfezionata. Stefano Tiozzo, fotografo e scrittore italiano a Mosca dal 2017, è uno di quelli che quella realtà la osserva dall’interno ogni giorno. E il quadro che restituisce non assomiglia né alla Russia compatta e bellicosa dei telegiornali occidentali, né al paese in rivolta che alcuni vorrebbero immaginare.
Il sentimento prevalente, dice Tiozzo, non è l’orgoglio patriottico né la disillusione aperta. È qualcosa di più quieto e più pesante: “Una grande, molto percepibile stanchezza. La gente è un po’ esausta.” L’opinione pubblica russa, in questa fase del conflitto, non pende tanto verso la vittoria o la sconfitta quanto verso una terza opzione: che finisca, e basta.
È un dato che stride con l’immagine di una società mobilitata e convinta. Ma ha una sua logica interna, se si considera come la guerra viene vissuta concretamente nella vita di tutti i giorni — almeno nelle grandi città, lontane dal fronte.
A Mosca e San Pietroburgo, la guerra non si sente nell’aria. Non ci sono sirene, non ci sono edifici distrutti, non c’è l’odore del conflitto. Ci sono, ogni tanto, notizie: una raffineria colpita, un drone intercettato, interruzioni alla rete mobile. Ma sono, appunto, notizie. “Il russo medio vive la guerra in Ucraina esattamente come l’americano medio ha vissuto la guerra in Iraq”, osserva Tiozzo. “Fin quando non ti piovono le bombe sulla testa, la guerra è una brutta notizia del telegiornale.”
È un paragone che lui stesso sa essere scomodo, ma che fotografa con precisione un meccanismo universale: la distanza geografica dal fronte trasforma il conflitto in qualcosa di astratto, un rumore di fondo che accompagna la vita senza stravolgerla davvero. Le regioni di confine — Belgorod, Rostov, la Crimea — vivono tutt’altra storia, fatta di allarmi quotidiani e pericoli reali. Ma quella è un’altra Russia.
Eppure qualcosa cambia, lentamente e inesorabilmente. Non sono le bombe, ma sono reali: i social network bloccati, i sistemi di messaggistica che smettono di funzionare, le restrizioni ai voli internazionali, le politiche europee sempre più stringenti verso i cittadini russi. Ogni mese che passa, muoversi, comunicare, vivere normalmente richiede uno sforzo in più. “Il cittadino medio si trova a dover combattere una specie di corsa a ostacoli per continuare a vivere la sua vita”, racconta Tiozzo.
È questo accumulo silenzioso di disagi — non la paura delle bombe, ma la fatica quotidiana — a nutrire quella stanchezza diffusa. Una guerra che non si vede, ma che si sente nei piccoli attriti di ogni giorno.
C’è poi una questione che resta avvolta nell’opacità più totale: quella delle perdite umane. Che siano nell’ordine delle centinaia di migliaia, sommando i caduti di entrambi gli schieramenti, è fuori discussione. Ma il numero preciso — quello vero — è, come lo definisce Tiozzo, “il segreto dei segreti di questo periodo.” In una guerra dove quasi tutto circola in tempo reale sui canali Telegram e attraverso le fonti di open source intelligence, i morti restano l’unico dato su cui regna una vera, deliberata confusione.
La ragione è politica, e vale per entrambe le parti: nessun governo vuole dire alla propria popolazione quanto sta davvero costando questo conflitto. “Ognuno tira l’acqua al suo mulino”, dice Tiozzo. La verità, se mai emergerà, sarà affidata agli storici — e non nell’immediato.
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