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Garlasco, il filo invisibile che lega Sempio e Stasi ▷ Sansonetti: “La trappola è dietro l’angolo”

Il caso Garlasco torna al centro del dibattito pubblico e con esso le storture di un sistema giudiziario che Piero Sansonetti, direttore de l’Unità, non esita a definire profondamente malato. Ospite ai microfoni di Fabio Duranti a Un Giorno Speciale, Sansonetti ha tracciato un quadro severo della giustizia italiana, partendo dalla vicenda di Alberto Stasi per arrivare a una critica strutturale dell’intero impianto processuale penale del nostro paese.

“Non c’erano prove, c’erano indizi contraddittori”

“Per me non dovrebbe esistere la condanna nel processo indiziario“, attacca Sansonetti senza giri di parole. “Nel processo ci dovrebbero essere le prove. Quando non ci sono le prove, si assolve.” Nel caso di Stasi, ricorda il direttore, non esistevano prove ma solo indizi “molto contraddittori, e che ora sono caduti quasi tutti”. Eppure quell’uomo è stato condannato dopo cinque processi, due dei quali — il primo e il secondo grado — lo avevano assolto.

È qui che Sansonetti introduce il nodo giuridico più esplosivo: il principio del non bis in idem, pilastro del diritto fin dall’epoca romana, secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato. “Credo che non esista nessun paese d’Occidente che dopo due gradi di giudizio permette alla procura di ricorrere in appello contro l’imputato”, sottolinea. In Italia, invece, la procura può impugnare le assoluzioni quante volte ritiene opportuno. Il risultato, nel caso Stasi, è stato una condanna arrivata al quinto processo, oggi smontata dalla riapertura delle indagini.

Stasi resta in carcere, nonostante tutto

La beffa più amara, per Sansonetti, è che Alberto Stasi si trova ancora in carcere nonostante ormai sia “del tutto evidente” la sua innocenza. “Ha fatto dieci anni di prigione, ora sappiamo che li ha fatti ingiustamente con certezza, però lui resta in prigione. Bisognerà fare tutte le pratiche burocratiche per avere il processo di revisione, poi si avrà il processo di revisione, forse tra un anno e mezzo o due lui potrà uscire.” A quel punto avrà scontato quasi per intero una pena che non avrebbe mai dovuto subire.

Un monito vale anche per il nuovo filone d’indagine: “Attenzione a non fare lo stesso errore con Sempio, perché mi sembra che anche con lui si stia andando a processo indiziario.”

Due proposte concrete

Dal caso Garlasco, Sansonetti ricava due proposte di riforma nette. La prima: abolire il processo indiziario. “Una civiltà giuridica moderna stabilisce che si mette in prigione una persona, specie per reati così gravi come l’omicidio, solo se ci sono prove certe, certissime.” E ricorda che l’articolo 355 del codice penale già prevede che la condanna arrivi solo al di là di ogni ragionevole dubbio — norma che stride apertamente con quella che consente la condanna sulla base di indizi “certi e concordanti”: “Una norma folle”, la definisce.

La seconda proposta è ancora più dirompente: togliere all’accusa il diritto di ricorrere in appello in caso di assoluzione. Una norma che, ammette lo stesso Sansonetti, “non piace a nessuno — né ai magistrati né agli avvocati, perché perdono lavoro.” Ed è proprio questo, aggiunge, “una delle ragioni fondamentali per cui la giustizia è inceppata“, con migliaia di processi che altrimenti non esisterebbero.

“Alcune migliaia di innocenti sono in carcere”

La conclusione è la più dura. “Sono convinto che oggi in Italia ci siano alcune migliaia di innocenti in prigione.” Un’affermazione che affonda le radici nella tradizione illuminista: “Da Beccaria in poi è chiaro che molto meglio cento colpevoli liberi che un innocente in prigione, perché un innocente in prigione è uno sfregio alla civiltà e a tutta la comunità.”

Sul carcere in generale, Sansonetti si dice “assolutamente minoritario” ma fermo: la detenzione andrebbe riservata a chi rappresenta un pericolo reale per la società, non trasformata in uno strumento ordinario di governo della comunità. “Bisogna trovare altri strumenti per amministrare la giustizia, e soprattutto non correre mai il rischio di punire un innocente.”

Il garantismo, chiude il direttore, non conosce distinzioni di censo o di provenienza: “Riguarda sia i re che i rom. Il principe Andrea e la borseggiatrice rom sono la stessa cosa: devono avere diritti formali che vengano difesi.”

Redazione

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