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Lo sfondone di Draghi su Cina e Russia ▷ Prof. Parenti: “Come si fa a parlare ancora di nemici?”

La frattura tra Europa e grandi potenze mondiali non è solo strategica: è prima di tutto culturale e filosofica. A sostenerlo è Fabio Massimo Parenti, docente e analista di relazioni internazionali, intervenuto ai microfoni di Ocula – L’occhio sul mondo. Nel giorno in cui Mario Draghi ritirava il Premio Carlo Magno ad Aquisgrana mettendo in guardia sull’inaffidabilità americana e sul pericolo cinese, Parenti tracciava un’analisi radicalmente diversa: la Cina non è un modello da imitare né un alleato a cui affidarsi, ma una chiave di lettura per ritrovare ciò che l’Occidente ha smarrito.

Draghi e il paraocchi atlantico

Nel suo discorso di Aquisgrana, l’ex presidente del Consiglio ha sostenuto che la Cina non offre una valida alternativa agli Stati Uniti, accusandola di generare surplus industriali insostenibili e di sostenere la Russia. Per Parenti, questa lettura è prigioniera di una logica egemonica che non riesce a vedere oltre lo schema amico-nemico.

“La Cina non ti vuole salvare, non ti salva, basta”, afferma Parenti, sgombrando il campo da qualsiasi illusione salvifica. Ma aggiunge subito: “Non sono d’accordo con Draghi quando sostiene che sostiene il nostro rivale russo. La Russia è in parte Europa, con la Russia abbiamo legami anche di civiltà, vanno ripristinati.”

Il riferimento va diretto all’Italia, che nel 2016 aveva aperto le porte alla cooperazione con Pechino firmando il memorandum sulla Via della Seta, e che con Mosca aveva costruito una rete di gasdotti strategici. Tutto smantellato, secondo Parenti, sotto pressione americana e attraverso governi che definisce senza mezzi termini parte di una gestione teleguidata dell’agenda atlantica.

Xi Jinping non si muove, vengono tutti da lui

A dare la misura del peso della Cina nello scenario globale di oggi è un dato di fatto: nella prima parte del 2026, Xi Jinping non si è mosso da Pechino, eppure ha ricevuto in visita pressoché tutti i principali leader europei — da Macron a Merz, da Sánchez agli altri. “C’è bisogno della Cina”, sintetizza Parenti, con la stessa secchezza con cui smonta la retorica del disaccoppiamento.

Il paradosso europeo è evidente: si proclama autonomia strategica, si parla di de-risking dalla Cina, ma poi ogni crisi riporta i governi a Pechino in cerca di sbocchi commerciali e interlocuzione diplomatica. Una doppiezza che Parenti non risparmia nemmeno alla Francia, che mentre critica il modello cinese costruisce aerei insieme a lui.

Hobbes contro Confucio: la vera frattura

Il nodo centrale dell’analisi di Parenti è filosofico prima che geopolitico. L’Occidente, spiega, è rimasto prigioniero di una visione hobbesiana del mondo — homo homini lupus — in cui il conflitto è strutturale e la sicurezza si ottiene dominando o eliminando il rivale. La Cina, al contrario, ha costruito il suo modello su un’idea diversa: l’armonia nella diversità, concetto che non esclude il conflitto ma lo considera da gestire, non da vincere.

“L’armonia non vuol dire pace perpetua, vuol dire gestire il conflitto”, spiega Parenti, “come sta facendo oggi Xi Jinping con Trump. Mentre quelli bombardano, vogliono prendere il controllo di tutto, stanno ancora in una logica di sterminio genocidiaria ottocentesca, settecentesca, con cui nascono gli Stati Uniti.”

La tradizione cinese — da Confucio a Sun Tzu — non è, in questa lettura, un sistema alieno ma uno specchio in cui l’Europa potrebbe riconoscere qualcosa di suo: la tradizione stoica, Cicerone, Seneca, il pensiero cristiano in senso ampio. “La Cina ci può aiutare a ritrovare la bussola, perché ha riferimenti che avevamo anche noi nelle nostre civiltà”, afferma Parenti. E cita Sun Tzu in modo che suona quasi provocatorio nel dibattito odierno: “l’arte della guerra è essenzialmente l’arte di evitare la guerra.”

Pianificazione contro improvvisazione

C’è poi una dimensione temporale nella quale la distanza tra Occidente e Cina appare ancora più netta. Pechino pianifica a cinque, dieci, trenta, cinquant’anni. L’Europa fatica a guardare oltre il prossimo ciclo elettorale. “Noi non sappiamo dove siamo nel presente, vogliamo parlare del futuro”, osserva Parenti, “mentre la Cina può parlare di futuro perché ha pianificazioni quinquennali, decennali, a un orizzonte a 30 anni, a 50 anni.”

Il modello di sicurezza cinese, continua Parenti, non nasce dalla paura ma dallo sviluppo: “La sicurezza non è che il competitor lo devo eliminare o gli devo mettere le catene, ma devo armonizzarmi nella differenza, gestire eventuali conflitti con l’obiettivo della stabilità.” Un paradigma che, se applicato alla politica estera europea, potrebbe aprire spazi diplomatici oggi preclusi da una logica di blocchi.

Redazione

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