C’è una frase pronunciata da Donald Trump sull’aereo di ritorno da Pechino che vale più di mille comunicati diplomatici: “L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una guerra.” Poche parole che, secondo la scrittrice e analista Melanie Francesca, fotografano con precisione chirurgica il nuovo corso americano in Asia. Non una dichiarazione di pace, ma una dichiarazione di disimpegno.
Al centro della partita c’è la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il colosso dei microchip che produce i componenti essenziali per l’intelligenza artificiale, i sistemi d’arma e l’intera filiera tecnologica mondiale. Trump sta investendo 65 miliardi di dollari per trasferire la produzione in Arizona — un processo da dieci, forse quindici anni. La logica, spiega Francesca, è brutalmente lineare: “Quando l’avrà portata in America, potrà dire a Taiwan bye bye.”
In questo quadro si legge anche il congelamento degli ulteriori 14 miliardi di dollari di forniture militari a Taipei — parte di un pacchetto da 25 miliardi, di cui 11 già approvati — lasciati in standby su richiesta di Pechino. Taiwan, in altri termini, vale finché vale la sua industria dei chip. Quando quella sarà stata delocalizzata sul suolo americano, l’isola cesserà di essere una priorità strategica.
Il segnale non è sfuggito agli alleati storici di Washington nel Pacifico. Giappone e Corea del Sud osservano con crescente allarme un’America che sembra disposta a trattare le forniture militari a Taipei come merce di scambio nei negoziati con Pechino — una rottura rispetto alla dottrina Nixon, che escludeva esplicitamente qualsiasi veto cinese sulle vendite di armi a Taiwan. “Lo vivono come un tradimento,” osserva Francesca.
Sullo sfondo c’è una constatazione che l’analista formula senza mezzi termini: Cina e America “sono sposate — litigano come marito e moglie, ma sono legate da interessi incredibili.” I mercati cinesi restano indispensabili per i Boeing e per le esportazioni americane, e questo vincolo strutturale condiziona ogni altra scelta geopolitica di Washington.
L’orizzonte strategico americano, tuttavia, guarda oltre il Pacifico. Francesca segnala l’emergere di una visione che chiama TechNate — rintracciabile, in forma volutamente opaca, nella National Security Strategy e nei documenti del Department of Defense: la costruzione di un grande blocco continentale nordamericano che comprenda Canada, Groenlandia, Cuba e Venezuela sotto la sfera d’influenza di Washington. “Conquistare oggi,” precisa l’analista, “significa esercitare influenza commerciale e politica — è come avvengono le conquiste colonialiste odierne.”
L’ossessione di Trump per la Groenlandia, in questa lettura, non è una boutade: è la declinazione pratica di una strategia organica. Un impero sovrasteso — impegnato simultaneamente in Ucraina, nello stretto di Malacca e a Taiwan — che si ritira dai fronti periferici per concentrarsi sulla costruzione di una nuova egemonia tecnologica e territoriale nel proprio emisfero. Il resto del mondo, alleati storici compresi, è avvisato.
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