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Focolai Epatite A, Ciccozzi smonta l’allarme ▷ “Cari nostalgici dell’emergenza, devo deludervi”

Un’infezione che sembrava archiviata tra le emergenze del passato sta tornando a circolare con intensità inattesa. Nei primi mesi del 2026 l’epatite A ha registrato un incremento significativo dei casi in Italia, con una distribuzione concentrata tra Campania, Puglia e Lazio e un picco nel mese di marzo. Non un’emergenza nazionale, ma un segnale epidemiologico chiaro che impone attenzione, soprattutto per le modalità di trasmissione e i fattori ambientali coinvolti.

Numeri in aumento e focolaio epidemico

I dati aggiornati indicano un cambio di scala rispetto all’anno precedente: se il 2025 si era chiuso con meno di 100 casi complessivi, il 2026 ha già superato quota 250 nel primo trimestre, con circa 160 casi concentrati nel solo mese di marzo. È su questo squilibrio che si innesta la lettura del prof. Massimo Ciccozzi, che definisce il quadro senza ambiguità: “Quando tu hai un numero di casi molto più alto rispetto a quello che normalmente ti aspetti, allora sì, possiamo parlare di focolaio epidemico”.

Una definizione tecnica che esclude l’idea di pandemia o emergenza generalizzata, ma conferma una dinamica anomala rispetto alla stagionalità tipica della malattia.

Il ruolo dei frutti di mare e della contaminazione

Il principale fattore di rischio resta il consumo di molluschi contaminati, ma il meccanismo è più complesso. Ciccozzi chiarisce il punto: “Le cozze sono dei concentratori di virus e batteri se c’è il virus dell’epatite A nel mare, non solo lo prendono ma lo concentrano”.

Le condizioni ambientali giocano un ruolo decisivo. Piogge intense, esondazioni e infiltrazioni fognarie possono contaminare le acque costiere e, di conseguenza, gli allevamenti. Non solo: il virus può arrivare anche a frutta e verdura attraverso acqua contaminata utilizzata per irrigazione. “Il circuito è oro-fecale, se l’acqua è contaminata e annaffio le verdure, posso prendere il virus”, sottolinea.

Sul piano alimentare, il punto critico è la cottura: “Quando le cozze si aprono non significa che sono cotte a sufficienza, se c’è il virus te lo becchi”. Ancora più esposte le ostriche consumate crude.

Sintomi, decorso e reale pericolosità

L’epatite A resta nella maggior parte dei casi una malattia a decorso benigno. Ciccozzi ridimensiona il rischio: “Non si muore di epatite A, è difficile”, precisando che le complicazioni gravi riguardano quasi esclusivamente soggetti con patologie epatiche pregresse.

I sintomi sono spesso aspecifici: “Stanchezza, febbricola, nausea, vomito, diarrea”, a cui si aggiungono segni più caratteristici nelle fasi avanzate: “Le feci diventano bianche e le urine molto scure”. La durata è limitata: “Il tutto passa in 15-20 giorni, forse un mese”, con gestione basata principalmente su riposo e dieta leggera.

Prevenzione e percezione del rischio

L’elemento centrale resta la prevenzione, basata su pratiche igieniche e alimentari corrette più che su misure straordinarie. “Basta cuocerle molto bene”, ribadisce Ciccozzi, affiancando a questo un’indicazione di base: “Frutta e verdura lavatele bene… non succede nulla”.

Il punto, però, è anche culturale. Dopo anni segnati da emergenze sanitarie globali, il rischio è oscillare tra allarmismo e sottovalutazione. In questo caso, la linea è intermedia: attenzione ai comportamenti, monitoraggio epidemiologico attivo, ma nessuna deriva emergenziale. Il virus circola, i casi aumentano, ma il fenomeno resta circoscritto e gestibile.

Redazione

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