La fotografia del 2025 scattata da Facile.it descrive un quadro preoccupante sulla sanità pubblica: 13,6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi, tra esami di routine e interventi seri, tra sanità pubblica e privata. I tempi medi di attesa sfiorano i 90 giorni, con punte più alte al Sud, e i costi di accesso al privato crescono come risposta obbligata a un sistema in difficoltà.
«O per sé stesso o per chi gli sta nella prima cerchia», spiega Andrea Polo, direttore della comunicazione di Facile.it, «si scoprono storie incredibili». Tra queste, una ragazza pugliese affetta da SLA trasferitasi a Milano ha dovuto spostarsi fino a Isernia per effettuare tre risonanze a pagamento, scegliendo infine solo quella più urgente. Un tassista racconta invece della moglie con un’ernia cervicale che non poteva aspettare tre mesi: «Hanno dovuto chiedere un prestito e rivolgersi alla sanità privata». Queste vicende non sono isolate: circa 40.000 casi raccolti nello studio confermano la drammaticità del fenomeno.
La rinuncia riguarda prevalentemente visite specialistiche e esami diagnostici, ma un 16% di cittadini rinuncia anche a interventi chirurgici, con rischi concreti per la propria salute. L’indagine evidenzia come 7 pazienti su 10 si siano sentiti dire «liste chiuse», costringendo molti a cambiare strategia o a pagare di tasca propria. Le branche più trascurate risultano odontoiatria e dermatologia, ma le conseguenze possono essere gravi: da problemi posturali a tumori non diagnosticati.
«Dieci anni fa i prestiti per la salute erano pochi e di importo elevato; oggi sono più diffusi, ma più contenuti», sottolinea Polo. L’accesso al privato è ormai un fenomeno diffuso: 26 milioni di italiani pagano almeno una volta cure proprie. L’assicurazione sanitaria emerge come strumento essenziale per tamponare le lacune del sistema pubblico, offrendo copertura anche per i familiari e permettendo di affrontare le cure senza interrompere la quotidianità.
Il quadro delineato da Facile.it mostra una sanità pubblica sotto pressione e una popolazione costretta a soluzioni alternative. «Non si può lavorare 90 ore al giorno», osserva Polo, evidenziando i limiti dei professionisti e la necessità di riforme legislative e culturali. Dal turismo sanitario ai costi aggiuntivi per spostamenti e alloggi, la realtà conferma una situazione che richiede interventi strutturali, consapevolezza individuale e strumenti di tutela economica per non trasformare ogni visita in una scelta drammatica.
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