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Giorgio Bianchi: “Chi alza polveroni su Zakharova ha la stessa funzione dei Burioni e dei Bassetti”

Nel dibattito pubblico italiano, il linguaggio non è mai neutro. Parole, etichette, insulti: elementi che contribuiscono a modellare la percezione dell’altro. Ne è un esempio lampante il polverone mediatico sollevatosi dopo le dichiarazioni di Marija Zakharova sul crollo della Torre dei Conti a Roma. Giorgio Bianchi, reporter di guerra, riflette sul clima politico attuale e sulle dinamiche che alimentano contrapposizioni e disumanizzazione. Il suo è un monito sulla responsabilità dei media, della politica e dei processi comunicativi che trasformano un popolo intero in un bersaglio.

Le parole non sono tutte uguali

Bianchi parte da un punto fondamentale: la semantica cambia a seconda dei contesti culturali. “Una frase detta da un giapponese o da un russo può avere un significato differente dalla nostra, un intento diverso”. Il rischio, sostiene, è tradurre per convenienza politica, non per fedeltà al senso. Come non ricordare il caso della parola “deportazione”: in inglese americanizzato può significare remigrazione, mentre in Italia richiama violenza e totalitarismo. La critica è netta: si scelgono le parole che permettono di attivare la propaganda.

“Seminare odio è diventato un mestiere”

Il riferimento è al post pubblicato sui social di Azione, partito guidato da Carlo Calenda, che definisce “farabutti i russi e i loro sostenitori in Italia”. Per Bianchi non è un eccesso retorico, ma una strategia: “Quella è gente che non conta niente, non sa cosa sia la guerra. Seminano odio, seminano zizzania. È il loro compito”. Il rischio è la costruzione di un nemico collettivo: “Quando tu dici i russi, i palestinesi, gli israeliani, stai generalizzando un popolo. Stai preparando l’odio. È la logica dei minuti di odio di 1984. Ci vogliono dividere in un noi e un loro. Questa è, per Bianchi, la soglia culturale che anticipa ogni guerra.

La storia si ripete: dal Guatemala ad oggi

Un esempio storico reincarna a pieno la situazione odierna: il colpo di Stato in Guatemala (1954). Una riforma agraria che danneggiava una grande azienda privata venne trasformata, attraverso la comunicazione pubblica, nella narrativa di una minaccia comunista alla sicurezza americana. “Hanno trasformato un interesse privato in un interesse nazionale”, sostiene Bianchi. Ed è lo stesso schema che intravede nel presente: “Stiamo distruggendo la nostra economia, paghiamo l’energia quattro volte. Ma ci trascinano in una guerra che è contraria all’interesse nazionale europeo”. Il risultato: aziende in crisi, famiglie senza sostegni, e miliardi investiti in riarmo.

Etichettare per silenziare

L’ultima dinamica che Bianchi denuncia è l’uso dell’etichetta come arma di delegittimazione: “Se dici qualcosa di diverso, sei un putiniano. Come se uno non avesse il diritto di avere un’idea propria”. O sei ignorante, o hai un interesse. “Sarò libero di pensare che anche loro in qualche modo ricevono dei benefici per fare quello che fanno? Perché tutto questo è contrario agli interessi del nostro Paese”. Il nodo, qui, non è lo scontro politico: è la difesa del pensiero critico.

Fabio Duranti

Fabio Duranti è nato a Roma nel 1962. Da sempre realizza piattaforme di comunicazione Radio, TV e Web. Crede nel principio irrinunciabile che la corretta informazione è il motore della libertà e dei rapporti sociali.

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